RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

RossoSangue

Utente: WithoutGod
RossoSangue non è un blog. Per scoprire cos'è: Non avere fretta. Allarga la pagina. Chiudi fuori il tempo. Leggi. Se sei sensibile alla violenza e al dolore...No. Tutti i personaggi, le storie, le idee, sono assolutamente e totalmente frutto della truce e scellerata fantasia del loro autore. Testi e immagini non sono protetti da Copyright, ma. Alcuni Diritti sono riservati da Creative Commons. Per sapere quali clicca sul marchio a fondo pagina. Se vuoi usare i testi, parlarmi, denunciarmi o farmi male, prima scrivimi. Uccido sezionando da vivo chi mi scrive a: e.a.poe@hotmail.it

Ultimi Impavidi

Misfatti

oggi
dicembre 2008
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

Vuoi essere la *loading* vittima?

 
venerdì, 16 dicembre 2005
Non è una recensione

Sono solo a metà.
Ancora a metà.
Poco più di metà.
Ma è statico, fermo, noioso.
Si crogiola sul suo stesso piano narrativo.
Poche idee, scritte male e tradotte peggio.

Ma vado avanti,
spero ancora di sbagliarmi.
Se mi sorprenderà,
lo farà certo in modo geniale.
Speranze.
Di sangue e terrore.

Ma è il nome.
Il nome è il caso.
Chuck scrive del Reverendo.
Il Reverendo Senzadio.
Senzadio.
Withoutgod.

Lo incontro in un piccolo bar della capitale. Stava facendo qualcosa tipo vendere la fica. Tipo promuovere le sue parole.
Lo seguo alla toilette. Lavandini bianchi circondati da pareti rosse. Cessi bianchi celati da porticine rosse. Entro in quella vicina alla sua. Lo ascolto pisciare. Il mio nome, Chuck. Hai usato il mio nome. Nel tuo schifoso romanzo. L'hai usato come personaggio secondario di una storiella bieca e senza senso. Lo sento tirare lo scarico, allacciarsi la zip. Lo sento uscire dal cesso ed aprire l'acqua del lavandino. Tiro fuori la lama, ma la tengo nascosta. Il grande specchio rivela la mia presenza al mio nemico. Mi avvicino, nessuna paura. Il grande specchio riflette perfetta l'immagine di due uomini sempre più vicini. Riflette senza mentire l'espressione di noia e pigrizia di chi non ha nessuna tensione. Riflette sincero l'espressione di rabbia che si trasforma in azione. Lo prendo per i capelli e gli mostro la lama. Non sono un reverendo, Chuck. Ed uno dei tre candidi lavabi comincia a mimetizzarsi alle pareti, e scomparirebbe del tutto se non fosse per quella palla di peli e orecchie che ci sta dentro.
Cavie.

Sorprendimi nel finale, Chuck.
Sorprendimi nel finale.

Postato da: WithoutGod a 19:31 | link | commenti (34) |
zirconi di follia

mercoledì, 23 novembre 2005
Ariel IV (l'analisi)

Un urlo tremendo squarcia il silenzio più nero.
Una terribile verità frantuma in un attimo ogni illusione.
L’ossuta mano della ragione scaglia a terra lo specchio del futuro, un fragore enorme, un massacro di stelle esplode nel corpo, in testa, ovunque, in sordina. 
Non c’è più tempo.

Una volta innescata, la bomba esploderà.
Saperlo non cambia affatto le cose.
E lui sa, ora.

Sa che non si alzerà mai più da quella sedia. Sa che non vedrà mai più nessuno di voi. Sa che non toccherà mai più un fiocco di neve, sa che mai più respirerà l’odore frizzante del mare, mai più.

Si, avevo smesso di fare del male alle persone. So perfettamente che è sbagliato. Chi sono io per giudicare le azioni altrui? Chi sono io per arbitrare la vita e la morte? Posso io decidere di dare il dolore a mia discrezione? Ma non è così semplice. Non c’è sempre giusto e sbagliato. Io vivo costantemente sul traghetto che costeggia le sponde della follia. Ed è per questo che ho la facoltà non comune di saper riconoscere altra follia.
Allevio il dolore a quanti soffrirebbero per mano delle mie vittime.
Io sono l’anticrimine. Io, il crimine.

Mi era sembrato un bravo ragazzo. Dice di avere venticinque anni. L’età dell’onnipotenza. L’età in cui la consapevolezza di sé poco a poco si sovrappone ai propri sogni, completandoli con la volontà di realizzarli, a volte, o sciogliendoli con la fiamma tiepida della rinuncia, più spesso.
Venticinque anni. Dove il germe rompe il suo bozzolo e si mostra nudo e sincero al mondo.
Il suo germe era malvagio.

Non mi piace essere una preda. Odio essere trattata da preda. E lui lo ha fatto. Schifoso maiale che non sai tenere a bada i tuoi istinti carnali. Non ci si comporta così con una donna. Chissà quante volte lo avrà fatto. Sicuro e spietato dietro il suo scudo di muscoli.
Non voglio giustificarmi - Ariel sei una schifosa assassina - ma non è così che si tratta una donna, bello. Non puoi fare il carino tutta la sera per portarmi a casa tua, sul tuo fottuto strabrillante parquet, per poi trattarmi come una schifosa troia e sottomettermi alle tue sadiche perversioni sessuali.
Io non esco mai senza poche, necessarie cosine antistupro.
Qualche pillola di sonnifero solubile.
Qualche siringa.
Qualche droga.
Manette.
Il mio fedele bisturi.
Non che abbia sfiducia nella gente. Ma non si può mai sapere chi si ha davanti.
La città inganna e crea follie e perversioni, isolando le persone. La città è diabolica, perversa.
Anche la provincia ha le sue follie, ma per certi versi sono follie in scala, isolabili, eccezioni di una regola ristretta al luogo. La città invece vive una vita propria, che è la somma, anzi il prodotto delle migliaia di vite singole che vi partecipano, che si scontrano, che si influenzano nella loro individualità. Forse io sono l’anticorpo di questo organismo, autosufficiente e spietato.

Questo pensiero mi attraversa richiudendomi il portone di casa sua alle spalle, mentre lui è ancora là, seduto con le sue paure, i suoi sogni infranti e la miccia accesa.

L’ho lasciato fare. Volevo vedere fino a che punto si sarebbe spinto. E si è spinto parecchio in là per essere ancora un ragazzo. Mi ha fatto godere, e non è cosa da poco. Per questo per un attimo, ma soltanto per un attimo, ho anche pensato di lasciarlo in vita, di graziarlo. Ma era un pensiero debole. Non ci credeva neanche lui. Il pensiero, intendo.
Così mi sono decisa. Un po’ di sonnifero nel vino e comincia il gioco, quello vero.
Le dosi vanno rispettate, se si vuole che il gioco sia interessante. Ho portato una sedia in mezzo alla stanza e l’ho convinto a sedersi. Non è difficile se sei nuda, dall’apparenza vogliosa e con un bicchiere di bollicine in mano. Quindi ho aspettato che il sonnifero liberasse il suo effetto, addormentandolo. Mi sono levata da lui, mi sono accesa una sigaretta ed ho aperto il doppiofondo della mia borsa. Dopo averlo imbavagliato e legato mani e piedi alla sedia ho atteso che si risvegliasse.  Ed ho cominciato il mio gioco prima che riprendesse completamente le forze.

“Non sto scherzando”, gli ho detto. E gli ho infilato la siringa nel braccio. Lidocaina e Atropina a basse dosi. Vengono usati in medicina come antiaritmici, ma raggiungono il loro meglio come sostanze stupefacenti. Dapprima provocano sonnolenza, ed in questo stato di torpore cominciano ad agire come dissociativi provocando agitazione mentale, confusione e difficoltà a comunicare al mondo esterno le visioni che si percorrono nel proprio viaggio onirico.
Non se la passava poi così male. Ma doveva ancora arrivare il momento del dolore.

Stava costruendo un qualche mobile, il povero ragazzo ingegnoso, e in un angolo dell’appartamento c’erano cataste di assi e listelle di legno, e pialle, livelle, seghetti e altri attrezzi da legno. C’erano rotoli di carta vetrata. Ma ciò che più mi colpì fu un mucchietto di chiodi belli grossi, di un bell’acciaio splendente, ed un grosso e pesante martello.

Raccolsi sia i chiodi che il martello e posai tutto a terra davanti a lui. Lui vide. E forse capì, anche.
Quindi trasportai dei mobili abbastanza pesanti, una scrivania il tavolo ed il divano, vicino a lui, e li appoggiai contro la sua sedia su tre lati, destro sinistro e dietro, in modo da evitare che si ribaltasse.
Anche se drogato era possibile che al primo chiodo reagisse dimenandosi fino a cadere.
La sua espressione non cambiava, mentre facevo tutto questo. Se ne stava rigido, tutto contratto, paralizzato dalla paura. Era eccitante. Cercavo di immaginare che cosa mai potesse pensare. Ma pensava. Capiva. Lo leggevo nei suoi occhi. Era stranito, ma cosciente.

“Il tuo tempo è finito,” gli dissi, “lo capirai.”

Presi una lampada da tavolo e tagliai il filo. Poi tagliai tutti i cavi di corrente che trovai in casa e con pazienza ed un paio di forbici li unii in un unico cavo molto lungo, lungo dalla sedia dove lui era seduto alla cucina. All’estremità della cucina attaccai la lampada, mentre all’estremità opposta collegai il tasto dell’accensione e la spina, che infilai in una presa di corrente. Ed iniziai a martellare.
Dieci chiodi, dieci dita.
Dieci chiodi, tutti saldamente piantati al suo nuovissimo parquet.
Si dimenava come un pazzo. L’effetto delle sostanze svanito a causa dell’adrenalina prodotta dal suo corpo lasciava spazio alla lucida consapevolezza della fine, che scaglia a terra lo specchio del proprio futuro, mandandolo in pezzi in un tumulto sommesso.
Non aveva nulla a portata di mano che potesse essergli utile per schiodarsi da quella situazione, ed il sangue, quel preziosissimo liquido che diamo per scontato, lo stava abbandonando poco a poco, ci sarebbero volute ore, forse giorni.
Una morte del genere ti porta alla pazzia. Vivo ma già morto.
Così gli diedi la possibilità di farla finita da solo.
Gli misi in mano l’interruttore della lampada che avevo posto in cucina.
Accesi il gas e me ne andai.

Postato da: WithoutGod a 19:41 | link | commenti (42) |
ariel

giovedì, 17 novembre 2005
Ariel IV

Dieci chiodi. Due piedi. Un chiodo per dito.
Ben piantati, al suo nuovissimo parquet color mogano.
Dieci chiodi, dieci dita.
Lui è ancora lì, ora.
E lì resterà, penso.

Postato da: WithoutGod a 21:37 | link | commenti (14) |
ariel

mercoledì, 09 novembre 2005
Strage di servizio.

Molto, molto più che
Rossosangue.

Cliccateci sopra e prendetevi Venti minuti per Sapere quanto vale il Petrolio.

Postato da: WithoutGod a 16:35 | link | commenti (10) |
zirconi di follia

mercoledì, 26 ottobre 2005
Phobia



Alice andò in bagno e si guardò allo specchio. Aveva la faccia stravolta. Gli occhi impallati e la mascella contratta le disegnavano l’espressione di Jack Nicholson nel primo Batman, quando si tira fuori quel pistolone dalle mutande. Che pistolone quello. Avercelo un pistolone così, pensò infilandosi due dita dentro il bordino delle mutande.
Era fatta dura. Non si ricordava una sola volta in cui si era sentita così fatta.
Cominciò a girare come una trottola nel bagno completamente nuda con il suo bicchiere in mano. Tarantolata. Impazzita. Eccitata. Si sedeva sul cesso e parlava col bidè, entrava in doccia a controllare se lo shampoo non fosse scaduto, apriva i cassetti e ne buttava per aria la roba, e fu quando si riavvicinò allo specchio per leccarsi un po’ la lingua che vide per un attimo un’ombra nell’altra stanza. In camera sua.
Era sola in casa. Era sicura di essere sola. Era uscita lei a fare la spesa da Jeff, aveva mangiato da sola davanti alla tv, si era presa da sola da bere ed era stata lei sola tutta la sera, là in camera, a farsi i piedi e di cocaina.
Si, era sola. Cazzo. Iniziò a tremare come una foglia. Provò a dare una sbirciata da dietro la porta.
Silenzio. Un silenzio surreale, ovattato. Sporse un po’ il viso e non vide nessuno. Allora chiamò a bassa voce: “chi c’è?” Nessuna risposta. Così entrò in camera. Nessuno.
Doveva calmarsi. Era troppo agitata.  Doveva essere stata sicuramente un’ allucinazione, anzi, non c’era dubbio. Si doveva rivestire, riprendere.
“Ok Alice, stai calma,” si disse. “apri l’armadio, prendi la pistola e finisci il tuo drink.” Era una ragazza molto concreta quando lo voleva. Così andò verso l’armadio e si accorse che la porta… la porta era aperta. Non la porta dell’armadio, quella della camera, ed era sicura di averla chiusa. La chiudeva sempre. Cazzo. C’era qualcuno. Si affacciò al corridoio lentamente e neanche capolinò dallo stipite  che un’ombra  fulminea scomparve in salotto.
“Chi c’è?” chiamò. Nessuno. Cazzo. “Chi c’è?” chiamò più forte. Nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: WithoutGod a 20:00 | link | commenti (18) |
zirconi di follia

martedì, 04 ottobre 2005

Rossosanguemestruale.

[Puro Fetish.]





L'esaurimento del capillare creativo dell'autore non è colpa sua.



Postato da: WithoutGod a 18:02 | link | commenti (32) |

domenica, 02 ottobre 2005
Allan

Ed emerse dall'oscurità con un lungo, sofferto respiro. Era stato naufrago. Trasportato troppo a lungo da fortissimi vortici sottomarini , senza fiato né coscienza. Uscì dal buio, e ciò che vide fu l'immagine di Voi stagliata su di un chiaro, irreale cielo.

Postato da: WithoutGod a 18:22 | link | commenti (13) |

lunedì, 26 settembre 2005
Allan





Tutt'attorno a noi non era che orrore,
e impenetrabile oscurità,
e nero, afoso deserto d'ebano.








Postato da: WithoutGod a 13:17 | link | commenti (19) |

giovedì, 15 settembre 2005
Pablo II


Ah, è una lancia che invade il tuo petto
E ti squarcia ed un lampo il tuo seno divelta,
peccato, era bianco come di grezza seta i vestiti
ma tu vuoi e tu dai solo cimici e termiti.
 
Oh, è una lancia che invade il tuo petto
Poche lettere trascinano il senso di sconfitta,
è bagliore, crudele luce a illuminare il nero mare
che mai nel tuo idillico deserto hai voluto affrontare.

Si, è una lancia che invade il tuo petto
Pieno e morbido con al centro un Dio,
e testarde lacrime non fermeranno il dolore
che la mia mano ti impera schiava d’amore.

Già, è una lancia che invade il tuo petto
E penetra ancora e brucia la pelle e trapassa lo sterno,
ti trafigge i polmoni ed indugia sul cuore
pietosa di chi pietà non ha per chi brama il tuo fiore.

 

Postato da: WithoutGod a 17:00 | link | commenti (23) |
pablo

lunedì, 05 settembre 2005
Lucrezia (parte sette - Final cut.)


Schifosa cinefila pervertita.
La pazzia ha il potere di incrementare l’immaginazione oltre la soglia della banalità, questo pensai in quel momento. Non riuscivo a distaccare i miei pensieri dalla mente di Lucrezia, volevo riuscire a capirla; mi sforzavo di entrarle dentro, di illuminare ed ammirare quel germe di follia che muoveva i fili delle sue azioni, seppure mi trovassi in un momento così spaventoso, incatenato al mio peggior orrore, il mio cervello non smetteva di pensare a lei: a  quello che stava facendo, a ciò che l’aveva mossa a farlo, all' energia che alimentava i suoi occhi e al tremendo ed ignoto finale che mi sarebbe spettato.
La mia cura Ludovico. Già.
Dove l’immaginazione calca il vuoto delle idee, o dove forse le idee stesse non riescono a disappannare la patina che ce ne copre la chiarezza e la maniera, allora è là, il punto in cui possiamo aiutarci con la fantasia di qualcun altro, il punto in cui prendiamo in prestito storie mai vissute, ma bensì viste, in qualche grande schermo o comodamente seduti, immobili nel nostro salotto.
Lacrime e sudore e altri fluidi mi stavano corrodendo l’anima dal basso. Sotto l’inutile maschera in cui mi dimenavo esagitato da quell’orrore seguivo i miei discorsi, stranamente calmi e perfettamente lucidi.
Preferivo morire piuttosto che restare menomato sessualmente. Se anche fossi rimasto in vita mi sarei ucciso da solo dopo il primo pompino andato a male.
La tremenda punizione che salvò Alex dal carcere: essere costretto a riluttare la propria natura di violenza.
Mai avrei vissuto una vita odiando il sesso.
Mentre pensavo questo Angela leccava e succhiava singhiozzando e piangendo su di me.
Mentre pensavo questo Lucrezia sapeva che il suo lavoro stava funzionando, e ne godeva.
Stavo scoppiando. Mille fortissime contrazioni all’addome mi bloccarono il respiro innervandomi di piacere e dolore insieme. Mai avevo provato prima d’allora un piacere più grande. Nessuna sostanza che io abbia mai provato era paragonabile a quell’orgasmo. Stavo godendo come non pensavo fosse possibile.
Lucrezia se ne accorse. Continuando a reggere il ferreo collare di Angela si chinò e scomparve così alla mia vista, per riapparirmi con in mano due coltellacci da salumi.
Restando a distanza ne infilò uno in mano ad Angela.
“Succhiagli tutto,” le disse fissando il mio cazzo pronto ad esplodere, “e poi taglialo. O  ti taglierò il braccio.”
Non un solo pensiero si formò dentro me al suono di quelle parole. O solamente non volli realizzare.
Accadde tutto in uno spazio senza tempo. Riuscii ad udire soltanto un sibilo di lama. E poi più nulla.

Mi svegliai. Ero completamente annebbiato ed intorpidito, come nel risveglio da un forte sedativo.
Non credetti ai miei occhi. Mi trovavo in casa mia, sul mio sofà, e di fronte a me avevo Angela vestita con il suo costume da Jessica Rabbit.
“Ma cosa…??” pensai, “Cosa è successo? È stato solo un sogno? Non è possibile. Soltanto un lunghissimo, orrendo sogno?”
Angela davanti a me sorrideva.
“Ti sei addormentato, amore.” Disse.
Non riuscivo a parlare, a pensare, a muovermi.
Ma sentivo un dolore pungente avvolgermi in basso. Mi toccai scendendo con una mano lungo il pelo finto del mio costume e il dolore aumentò ferocemente. Era una sensazione strana, come riprendere conoscenza dopo un’operazione chirurgica. Non riuscivo a capire, né ad urlare. Guardavo Angela, ero incredibilmente sollevato poiché stava bene, era viva e rosea davanti a me.
Poi però guardai la mia mano. Completamente rossa di sangue.
Ero intriso di rosso amaranto. Ed ancora, rintronato, non riuscivo a capire. Guardai Angela ancora, in cerca di una risposta, di una parola di conforto, di spiegazione. Ma la paura si stava impadronendo di me. Mi stava scacciando ogni torpore con un aberrante fremito di angoscia.
Sentivo di avere paura perfino della realtà, che violentemente si delucidava.
E sentivo che c’era qualcuno dietro di me.
Tremando febbrilmente ruotai lento il capo e con un sussulto d’orrore vidi il mio incubo.
Seduto con le gambe accavallate sulla mia poltrona.
“Tesoro ti presento Lucrezia, mia sorella. Ma forse già vi conoscete.”

FINE

Postato da: WithoutGod a 13:57 | link | commenti (76) |
lucrezia

sabato, 06 agosto 2005
Lucrezia (parte sei)


Sapevo purtroppo che queste domande presto avrebbero avuto risposta.
Lucrezia, con in mano il solido guinzaglio che incatenava Angela, sfilava in passerella davanti a me.
“Modello numero quattro: Angela.” Scherzava modellandosi in una postura da diva. La follia a cui stava concedendo libero sfogo ora assumeva dei tratti giocosi, puerili. Si atteggiava, si dimenava, sbraitava, raccontava ad Angela delle grandi passioni della sua vita, le sputava e poi si chinava a leccarla e si fermava a guardarla in viso, spiegandole che da piccola il suo gioco preferito era l’altalena. Quella meravigliosa altalena che suo padre le aveva costruito al ramo della quercia.
“Sai Angela, l’altalena è sincera. Ci mostra come in realtà sono le cose. Non racconta altri modi di giocare oltre al suo. Vedi Angela, l’altalena va avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.” Ripeteva con occhi infuocati rivolta a me. “Tu la spingi e lei si muove. È il principio di causalità. L’altalena ci insegna come sia impossibile uscire dai binari della causalità. Nella vita è lo stesso: ci sono sempre delle conseguenze ben definite per le azioni che facciamo. Così come ora. Capirai, Angela, che per me è impossibile non fare quello che ora sto facendo poiché dopo aver subito decine e decine di tradimenti per anni e dopo essere stata abbandonata come un cane d’estate io non ho scelta, non posso fare altro che vendicarmi.” 
Urlavo e mi dimenavo. Angela era allo stremo in preda a crisi isteriche.
“Sai Angela, al nostro uomo qua pare che piacciano i pompini. Oh, sapessi quante volte l’ho beccato a farsi spompinare da qualche troietta. Che ne dici di farlo divertire un po’, eh?” E così dicendo afferrò Angela per il collare e la portò su di me.
Voleva distruggerci, umiliarci, anche se ci avesse liberato niente sarebbe più stato come prima. Si, è vero, forse qualche volta l’avevo tradita, si beh, forse una o due, ma chi può vantare una fedeltà sessuale totale? Nessuno. Anche chi non ha mai tradito avrebbe sempre voluto farlo. È della natura umana scontentarsi di ciò che si possiede e bramare ciò che non si ha. Volerlo fare e non farlo per vari motivi, fra cui il principale è senza dubbio non averne l’occasione, non dispensa dal torto. Ma io di occasioni ne ho sempre avute. Non saprei dire perché ma ho sempre attirato le donne come i ninnoli la polvere. E poi in fin dei conti un pompino è soltanto un pompino. Non richiede nessuna forma di coinvolgimento, ha un’anima distaccata e volatile, fa parte di un gioco che si gioca da soli poiché la ragazza molte volte non conta, resta legata al suo ruolo nascosto, di secondo piano, di schiava. Si dice che lo specchio dell’anima sia il volto. Il mio feticcio è avvicinare il volto al mio cazzo. Ma, mio Dio, non ora. Io amo Angela, e vederla costretta a leccarmi bagnandomi delle sue lacrime di orrore era troppo. Cercavo di sopportare questo tormento, di ripetermi che potevo farcela, di non eccitarmi, ma non ce la feci. Mi eccitai. Cominciai a pulsare. Urlavo dentro di me ed esplodevo di rabbia sentendomi gonfiare allo spasimo le arterie, ma ero impotente, costretto.
Sapevo cosa mi stava facendo quella pazza devotchka di Lucrezia.  Questa era la mia cura Ludovico.

Postato da: WithoutGod a 13:50 | link | commenti (52) |
lucrezia

giovedì, 21 luglio 2005
Lucrezia (parte cinque)


Prese il coltello chirurgico e andò di là. Cominciai a dibattermi convulsamente cercando di liberarmi, ma le corde che mi legavano mani e piedi erano robuste, ben salde e senza gioco, mi scorticai fino a sanguinare polsi e caviglie, ma senza risultati. Provai a guardarmi intorno alla ricerca di qualsiasi cosa potesse aiutarmi, ma invano: nulla era a portata di mano e il tavolo doveva essere inchiodato a terra visto che anche dibattendomi all’impazzata non ero riuscito a smuoverlo minimamente. Cominciavo ad impazzire. Non una risorsa a cui aggrappare le mie speranze. Ero un ammasso di carne viva al macello. Lucrezia tornò. Potevo scorgere di sbieco l’ingresso all’altra stanza e ciò che vidi mi atterrì. Come portando a spasso un cane, Lucrezia teneva al guinzaglio Angela con un tubo di ferro che le aveva incatenato al collo, le mani del mio dolce amore le erano state legate con una fune dietro la schiena, le caviglie incatenate le sanguinavano copiosamente, un boccaglio sadomaso le riempiva la bocca ed era completamente nuda mentre camminava a fatica trascinata da quel mostro che, una volta, era stato il dolce oggetto dei miei pensieri.
“Cammina cagna, muoviti, vieni a trovare il tuo amore” le diceva con voce stridula mentre io disperato stavo esaurendo le mie ultime energie provando a urlarle di smetterla, ma la voce mi usciva soffocata e l’unica reazione che le provocavo era un riso isterico che, oh mio Dio, la faceva sembrare, sotto la luce, un Diavolo. E un Diavolo era in realtà. In cuor mio avevo tutto estremamente chiaro, sapevo bene che né Angela né io avevamo possibilità di scampo, lo sentivo fortemente, ma tenevo questo pensiero chiuso, sigillato in una scatola remota, posta in fondo al cuore, che non smette mai, per sua natura, di sperare. Ma sapevo bene che era solo l’inizio, e che il peggio doveva ancora venire. Cosa aveva in mente quella strega? Che torture? Quali ignobili efferatezze avrebbe o aveva già architettato? Cosa? Cosa?

 

Postato da: WithoutGod a 12:55 | link | commenti (36) |
lucrezia

sabato, 16 luglio 2005
Lucrezia (parte quattro)

                                                                               

Non aveva ancora detto una sola parola da quando avevo ripreso conoscenza, si limitava ad osservarmi, le piaceva e la eccitava scrutare la mia paura, vedermi debole e allo stesso tempo sapersi potente, credersi Dio. Continuava a fissarmi sul filo della lama, cosicché io potessi avere la piena visione di ciò che sarebbe stato: quella lama a squartarmi le carni e il suo occhio a guidarla nell’atroce cammino del mio dolore. La paura mi stava raggelando i muscoli mentre lentamente il freddo tetro di quel posto li stava penetrando.
Lucrezia lentamente distolse lo sguardo dal mio e con una mano cominciò a sfiorarmi una coscia dal basso, lievemente. Io potevo solo sentirla poiché non riuscivo ad alzare il capo eretto, e lei, sempre lentamente continuava la sua carezza che era diretta in su, verso le mie parti intime, sentii la sua mano fredda sui miei testicoli, li stringeva e li lasciava e li stringeva più forte provocandomi un esteso dolore acuto, poi saliva ancora, fino a toccare l’asta del mio pene, sentivo i grattini delle sue unghie sui punti più sensibili del mio membro, che si fece più grosso, e con una cattiveria che le leggevo chiara sul viso lo arpionava stringendo forte facendomi  urlare di dolore, anche se da fuori si sarebbero potuti udire solo dei mugugni sommessi poiché ero stato imbavagliato con una palla in bocca, che non mi consentiva di emettere nulla più che rantoli sommessi. Poi posò il suo bisturi sul tavolo, distante affinché io non potessi raggiungerlo, e continuò il suo gioco su di me a due mani, sempre in silenzio, avvicinò la bocca al mio pene tanto che potevo sentirne il respiro, calmo e ritmato, e partendo dalla base lo leccò fino alla punta dove, deciso e potente, un morso mi fece quasi perdere i sensi dal dolore.
Proprio sul punto di svenire, quando la mente si intorpidisce come nella caduta in un sonno profondo, sentii dei rumori provenire dalla stanza attigua, rumori ferrosi, uno strascichio di catene mi parve, prima leggeri e poi più forti, dei battiti violenti di acciaio. Lucrezia alzò la testa, mi guardò e disse tutta eccitata: “Oh, qualcuno deve essersi svegliato, perché non portiamo di qua la nostra puttanella?”.
Ed io capii. Non ero il solo ad essere rinchiuso in quella cantina delittuosa, la pazza aveva pensato bene di trascinare laggiù anche Angela, il mio amore, la cosa a cui più tenevo al mondo.
Per vendicarsi a fondo di qualcuno, per infliggere più dolore possibile ad un essere umano, la strada migliore (se si è pazzi e sprezzanti della Vita) non è prendersela con il nostro nemico, ma farlo assistere impotente alla misera sofferenza dei suoi affetti più cari. Crimini del genere, le cosiddette vendette trasversali, di poveri innocenti la cui unica colpa è amare o essere amati dal soggetto della vendetta, sono conosciuti dall’alba dei tempi, sono uno dei motivi principali della mafia italiana, e non di rado vengono usati come espedienti drammatici nei film d’azione o d’orrore. E cosa c’è, invero, di peggiore che vedere soffrire a causa nostra le persone che amiamo? Quale dolore fisico può anche solo avvicinarsi al dolore che l’anima prova in questi casi?
Lucrezia amava i film dell’orrore. E la sua pazzia l’aveva portata a farsi regista ed interprete di un film del genere. Ma senza finzione. Qui era tutto vero.


Postato da: WithoutGod a 13:57 | link | commenti (32) |
lucrezia

giovedì, 14 luglio 2005
Lucrezia (parte tre)


Il luogo mi era familiare. Lucrezia, quella pazza, aveva scelto, quale baratro dove perpetrare i suoi diabolici intenti, la cantina della casa paterna nella quale era nata, in campagna, lontano chilometri dall’abitazione più vicina, perduta fra le valli della maremma. Riconoscevo le assi di legno scricchiolanti del soffitto, il lampadario di corda che rischiarava le perenni tenebre che regnavano la sotto, quel lampadario sotto il quale più d’una volta ci stringemmo di passione, io e Lucrezia, sotto il quale più d’una volta ci baciammo e ci spogliammo, eccitati e innamorati, da ragazzi, riconoscevo l’invariata disposizione degli attrezzi agricoli appesi alle pareti,  attrezzi che ora mi inquietavano particolarmente, al solo pensiero di come quella pazza avrebbe potuto usarli sul mio corpo, macabri e arrugginiti com’erano diventati.
La casa era disabitata da parecchio tempo, dopo che suo padre era morto infatti (morto proprio in quella casa), Lucrezia aveva deciso di non venderla, bensì di tenerla, forse prevedendo di rimetterla in sesto col tempo. O forse già pensando alla possibilità di avere un luogo sicuro dove potere, un giorno, concepire i frutti della sua follia, follia che già allora era in germinazione in qualche remota zona del suo cervello? A volte l’istinto riesce ad avvertire i cambiamenti in anticipo, e non di rado scopriamo di essere i precursori di noi stessi, quando per esempio, pensando ad una scelta fatta in passato restiamo sorpresi di quanto ci risulti necessaria attualmente, come se la scelta abbia scavalcato la contingenza del presente per appartenere all’anima, che già sa.
Questi pensieri ondeggiavano in me lentamente e senza sosta, mi guardavano muti come si guarda una statua, ed io guardavo loro da dietro lo specchio della mia paura, mentre Lucrezia guardava me. Dritto negli occhi da dietro un bisturi.

Postato da: WithoutGod a 04:06 | link | commenti (18) |
lucrezia

mercoledì, 13 luglio 2005
Lucrezia (parte due)

                      


Dovevo essere stato drogato, poiché non ricordavo niente fino alla sera prima, quando mi trovavo a casa mia insieme ad Angela, una delle più dolci e belle creature che un poeta possa descrivere. Ricordo che eravamo da poco tornati da una festa in maschera. Lei era seduta sul sofà bellissima e provocante nel suo costume da Jessica Rabbit, ed io la fissavo, estasiato come un merluzzo, da dietro le due enormi orecchie che mi penzolavano sugli occhi, mentre avvampavo di desiderio e sorseggiavo lentamente bollicine davanti al caminetto scoppiettante. La guardavo, io, il suo Roger, e lei rideva, e con un movimento leggero, forse volontario, urtò il mio champagne versandone un poco sulla zampetta di peluches, e ricordo che in un tono suadente e giocoso mi disse: “ Oh Roger, vedo che cominci a bagnarti il pelo”. Era troppo, sommerso dall’emozione non ci vidi più e accecato d’amore le risposi: “Angela, vuoi sposarmi?”. E questo raggiante momento d’amore era l’ultima cosa che ricordavo nell’abisso di orrore e disperazione nel quale ora ero precipitato.

Postato da: WithoutGod a 11:45 | link | commenti (15) |
lucrezia

lunedì, 11 luglio 2005
Lucrezia (parte uno)


Mi sentivo vago, perduto. La mia mente si era come fermata, ma io potevo, attraverso non so quali sensi, sentirla ondeggiare, nel mare della disperazione e dell’orrore. Non è raro infatti, che per effetto di uno spavento improvviso o alla stessa maniera di una profonda e angosciante paura, quando invero realizziamo che tutto, per un attimo, ci pare perduto, per reazione ci blocchiamo attoniti, senza un solo pensiero in testa, avvolti in una nebbia di panico senza luci né ombre. Il tempo si dilata sensibilmente, il mondo esterno si allontana fino a scomparire, fino a diventare uno sfocato sfondo della paura che ne ha preso il posto, così, senza nessun riferimento reale, un solo attimo si allunga a sembrare ore allo stesso modo di come lunghe ore paiono congelarsi nel tempo di un battito del cuore. Era in questo spazio indefinito che orribili  immagini ed inquietanti pensieri si rincorrevano senz'ordine nella mia testa, immagini fantasiose e sconnesse, pensieri senza significato né forma, solo vaneggi, e non riuscivo, annebbiato e confuso, a pensare ad una qualche strategia sensata da potere, ah se solo avessi potuto, applicare alla terribile e fin troppo reale situazione in cui mi trovavo, disteso su un tavolo di legno massiccio, nudo, legato mani e piedi, sotto lo sguardo vitreo e folle di uno spietato assassino. La mia ex morosa.

Postato da: WithoutGod a 14:05 | link | commenti (33) |
lucrezia

venerdì, 08 luglio 2005
[square bracket]

...non posso non postarlo.

[quando l'immaginazione finisce inizia la realtà]

Postato da: WithoutGod a 18:25 | link | commenti (43) |


Licenza Creative Commons
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.