RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

RossoSangue

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domenica, 26 giugno 2005
Il caffè

Lei gli chiese: "Lo vuoi un caffè, tesoro?"
Lui rispose: "Certo cara, lo prepari tu?"
"No amore, sto guardando la tv, perchè non lo fai tu, eh? Ti va?", sboffonchiò lei dal divano del salotto.
Ma io non lo so... pensò lui tra sé, guarda questa. Mi chiede se voglio il caffè per farmelo preparare.
"Oh culona, mi chiedi se mi va per sapere se mi va, 'sto caffè, o perchè non hai voglia di preparalo?", le disse, allora.
"Dì bello, stai calmo, volevo solo guardare la fine del telefilm e poi lo avrei preparato. Ok?", fece stizzita.
"Ma se mancano ancora venti minuti alla fine... mi prendi in giro? Lo sai che devo uscire, no?", le rispose lui affacciandosi alla porta del salotto mentre si aggiustava i gemelli della camicia.
"Dai va bene, rompiballe. Adesso alla prima pubblicità mi alzo e faccio 'sto caffè!", ribattè lei senza distogliere lo sguardo dalla tv. Ma poi incalzò: "Ma fallo te, se no, questo schifo di caffè, cazzo."
"Ma... fanculo, come stai? Lo sai che ho una riunione importante oggi. Mi sto preparando. Te sei lì che non fai un cazzo di niente, e hai anche il coraggio di alzare la voce? Si incazza, hai capito? Sta stronza.", rispose lui imponendosi davanti alla tv.
"Ma smettila oh. Capito? E togliti dalla tele che questa puntata non l'ho mai vista, è importantissima, stronzo. Adesso te lo faccio, ok? Sto caffè di merda."
"Meee... lo fai?  Ma  pensa cosa mi tocca sentire. Adesso lo faccio io sto cazzo di fottuto caffè, e te stai pure lì, comoda, davanti alla tua importantissima telenovela del cazzo. Stronza." E così dicendo si riaprì i gemelli, si ammanicò la camicia e andò in cucina nervoso come un fulmine, e preparò e mise su il caffè.
Il caffè arrivò.  Riempì di succo bollente la moka e di un profumo intenso le stanze.
Lui prese la moka in mano. Attento. Prese due tazzine dal lavello e andò da lei. Fermò le tazzine sul tavolino basso, poi le si avvinò e le ribaltò tutto il liquido che la moka possedeva sulla testa.
Ustionava. Una vampata di fuoco le si incollò addosso fulminea dal capo in giù. Si mise a urlare a squarciagola. A dimenarsi. Fumava come un cerino appena spento.
Lui la guardava. In silenzio. Indifferente. Guardava quel tremendo uragano distruggere la casa in preda a convulsioni di dolore. Ti sta bene, pensò. Ma non disse niente. Tornò in cucina e raffreddata la moka sotto un getto d'acqua fredda rifece e rimise su il caffè.
"Il caffè sta uscendo, tesoro." Le disse con calma mentre cercava di schivarla passandole accanto.
Così arrivò in camera, finì di vestirsi, prese su la giacca e la cartella e andò alla porta. La vide. 
Era lì, abbandonata sul pavimento, che tremando in agonia cercava di reggere qualcosa. Era...era la fiocina.
L'arpione era una stellina luccicante puntata dritta sulla sua testa. Fece in tempo a dire: "Ehi,picc..." che lei sparò.
Cadde a terra come un sacco. Un rivolo di sangue scendeva adeso all'arpione fino al pavimento bianco perla. Un laghetto sagomato di rosso si faceva strada lentamente.
Lei lo guardava. E guardava lui. In silenzio. Non sentiva più male.
Pensò di essere in un sogno.
Mi sveglierò, si diceva distesa a terra fissando quel corpo senza vita.
Si. Mi sveglierò con un buon caffè.
Ed il caffè iniziò a borbottare.




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zirconi di follia

giovedì, 23 giugno 2005
Allan

Mi parve di essere sull'orlo della comprensione senza capacità di comprendere, come ci accade talvolta di essere sul punto di ricordare senza pertanto ritrovare la memoria di ciò che il nostro cervello si sforza di afferrare dalle profondità dell'oblio.
                          
                                                                                                           E. A. Poe

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mercoledì, 22 giugno 2005
Ariel III

Aveva i capelli rossi.
Immobilizzare questi stronzi è sempre più facile. Uomini, puah. Grossi, forti, pieni di sé.
Aveva il cazzo duro.
Pensano tutti sia un gioco. Un  gioco perverso condotto da una fatina piccola e tenera.
Aveva annusato il dolore però.
La mia fighetta si allontanava dalla sua fantasia poco a poco. Cominciava a capire. Incredulo. Non voleva. Capire. Allora decisi di smettere di giocare.
Allontanai le mie labbra dal suo ego pulsante. Un filino di tela di ragno ci teneva ancora uniti.
Certo. Era eccitante anche per me.
Questa è la verità. La nascondo a me stessa, a volte, ma è inutile. Non ho più brividi, se non questi. Non ho più stimoli, se non questi. Non ho più orgasmi. Se non qui. Fare godere Lui è ormai solo un dovere per me. Lui. Il mio tenero Lui. Se sapesse. No. Non saprà mai. Mai deve venire a sapere che razza di psicopatica ama. Mai. Lui è tutto per me. Ma come posso reprimere i miei impulsi vitali? Come posso fare tacere il mio essere. Io sono due persone.
No. Non te lo finisco il pompino, stronzo. Gli dissi.
Mi accesi una sigaretta. Il pezzente era lì sotto, nudo, legato. Alla luce verde del bagagliaio. Un verme rugoso.
Ne abboccai solo due tiri e cominciai a giocare.
Vediamo se ti si smoscia, così. E gli appoggiai piano il lumino incandescente nel suo punto G. Proprio sul filettino della cappella.
Me ne intendo di queste cose. Le studio da quando avevo quattordici anni.
Oh, doveva fare un gran male. Il cazzo per riflesso gli diventò ancora più duro. Urlava, il maiale.
Feci un altro tiro di quel giochino. Sapeva di umido. La riaccesi ben bene. E gli bruciai entrambi i capezzoli. Mi piacciono i capezzoli maschi. Piccoli e pelosetti. Rossicci.
Va bene lasciami brutta pazza maniaca, urlava. Smettila ora che ti sei divertita abbastanza, diceva.
Non sapeva. Certo. Come poteva sapere che questi sono i miei preliminari?
Però aveva ragione. Dovevo smetterla con queste cazzate.
Ero in ritardo. Avevo promesso a lui che sarei tornata presto, alle sue braccia.
Stai buono lì. Non ti muovere, cazzone.
Scavalcai i sedili posteriori e andai a prendere la mia borsetta.
Non esco mai senza il mio bisturi.
Si chiama Jack.

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ariel

martedì, 21 giugno 2005
Allan


La ferita che hai lasciato non si rimarginerà mai.
Io, la porterò con me per tutta la vita.
E ti penserò sempre. Tu morirai con me. Perche io so.
Perchè tu dovevi morire con me. Questo era deciso.
Il sangue sulla mia pancia non conta.
Tu mi lasci in vita da morta.
Tu. Mi lasci senza ossigeno nelle scure profondità salate.
Tu. Mi lasci muta al mondo dietro un vetro.
Tu. Mi lasci camminare da sola.
Tu. Mi lasci.

L'ombra nera è già calata,
il suo ghiaccio si diffonde,
non c'è più nulla da cercare,
niente, da trovare.

La tua lama sono odori,
la tua lama è la tua voce,
la tua lama sono  fiori.

La tua noia,
la tua lama.


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lunedì, 20 giugno 2005
Serpe II

Sono venti minuti che provo a venire. Niente. Certo ieri ho bevuto. E poi qui, in questo cesso di galera.
A volte non so più chi è dentro. Chi no. Mi sento un carcerato. Un fottuto galeotto.
No, Serpe. Non pensarci a 'ste cazzate.
Tu hai il potere.
Tu sei il capo.
Qui, è roba tua.
Si.
Il cazzo mi si indurisce.
Si.
In questo reame Io porto lo scettro. Io comando. Io posso. Tutto.
Dai. Ah.
Dai. Si.
Guarda che cazzo grosso hai. Sei un fottuto stallone.
Si. Saranno quaranta minuti che ci do a più non posso. Sono un fottuto stallone. Se sotto avessi una donna... La farei godere come mai in vita sua.
La terrei giù. A culo in alto. Si.
Ah. Si.
Oh. Si.
Si.
....
Cazzo sono quasi le tre. E' ormai l'ora delle doccie. Oggi gli va bene a 'sti stronzi disadattati.
Mi sento bello rilassato.
Il manganello no.
Lo shocker.
Con l'acqua.
Chissà come saltano.

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serpe

venerdì, 17 giugno 2005
Jack IV

Tornai tardi quella sera.
Dopo aver messo l'auto in garage  mi avviai subito verso il portone. Ero stanco. L'alcool mi girava nella testa come una giostra.
Mi piacevano i sassi. Non riuscivo a tenere alto lo sguardo, e ricordo di essermi soffermato ad ammirare i sassolini di ghiaia del cortiletto. Erano tutti diversi. Non riuscivo a distinguerne due della stessa forma. Ah, com'erano belli. Sembravano il mare se li guardavo in controluce. Allargai le braccia come fossero ali e ci volai sopra. Fino al portone. Lì, sotto la luce bianca del porticato mi vidi le mani.
Erano rosse. E il rosso continuava. Sui polsini della camicia, sulla punta delle scarpe, sulle cosce dei pantaloni.
Era sangue.
Ero tutto sporco di sangue.
Ed io stavo bene.
Di chi era?
Cosa avevo fatto?
Lei me lo aveva detto.
"Non uscire questa sera. Stai a casa. Io sto fuori solo poche ore. Tu aspettami qui. Ti troverò qui quando torno? Magari con un bel bicchiere di vino in mano. .. Ciao."
E invece ero uscito.
Ma che ore erano?
Lei, era già tornata?
Con le chiavi che mi trovai nella tasca della giacca aprii il portone silenziosamente, ed entrai.
Luci spente, nessun rumore.
Dovevo mettermi a posto.
Mettermi a posto.
Si.
Andai in bagno. In quello di sotto. La luce del neon mi folgorò per tre volte prima di stabilizzarsi e di lasciarmi guardare allo specchio.
Presi un colpo. Anche la mia faccia era tutta rossa di sangue. Un pezzetto di materia grigiastra era incastrato fra il bavero della giacca e il mio collo. Residui umani.
Ricordavo la lotta. Ricordavo il furore sprigionato nelle ultime ore. Ma non ricordavo nient'altro. Un'amnesia. Provocata dall'alcool, probabilmente.
Dovevo mettermi a posto.
Si.
Buttai quel brandello di roba nel water, e non tirai l'acqua subito, no, forse avrei dovuto buttarci qualcos'altro, ed era meglio tirarla una volta sola nel caso che lei fosse già di sopra, a letto.
Stesi un asciugamano grande per terra e mi tolsi la giacca. La piegai e la misi sopra l'asciugamano. Poi la camicia e i pantaloni. Poi le mutande e i calzini. Tutto sull'asciugamano.
Non toccai niente. Non la porta, non il lavandino, non il telo della vasca da bagno quando vi entrai.
L'acqua calda della doccia mi tolse il respiro. Il fondo della vasca era un fiumiciattolo livido fino allo scolo.
Uscii e la pulii ben bene con il getto della doccia. Presi l'accappattoio e mi asciugai. Poi me lo tolsi e lo guardai. Non aveva tracce di sporco. O almeno non le vidi. Lo riappesi. Pisciai su quel pezzo di schifo e tirai l'acqua. Controllai che avesse ingoiato tutto. Poi presi i lembi dell'asciugamano per terra e ci avvosi dentro tutti i vestiti, lo raccolsi, mi girai a dare una controllata al bagno e spensi la luce.
Andai in cucina. Da sotto il lavello estrassi un sacchetto di plastica e ci infilai la palla di spugna.
Dove nasconderla?
Nel frizer.
Si. Lei domattina sarebbe uscita presto e sicuramente non l'avrebbe aperto. Per sicurezza la misi in fondo, dietro i tortellini e la carne congelata. Era un sacchetto come un altro. Perfetto.
Chiusi il frizer e aprii il frigo. Presi la bottiglia di Pinot Nero, la stappai e me ne versai un bicchiere.
Ero soddisfatto. Avevo fatto un buon lavoro.
Nudo con il bicchiere in mano salli le scale ed entrai in camera.
Era vuota.
Lei non c'era.
Dov'era?
Ah si, era uscita.
Forse non era ancora tornata.
Mi misi a letto, appoggiando il vino sul comodino e prendendone il libro.
La nausea. Di Sartre.

La  miglior cosa sarebbe srivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro.Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dir...

"Toc toc. Permesso?"
"Hey, ciao Ariel. Dove sei stata?"


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jack

mercoledì, 15 giugno 2005
Allan

Proiettili in fuga, proiettili fermi,
proiettili addosso al tuo viso di bimba
rischiarato in un profilo perfetto
dalla debole e chiara alba lunare.
Contemplo le stelle mentre ti guardo,
i tuoi occhi sono le vele del mondo,
l'unico modo per arrivare lontano,
 tu lo porti lontano, nel tempo,
 tu lo porti lontano, nel cuore.

 

Contemplando il deserto di lei addormita, gli venne da piangere. Prese a frugare come un forsennato, ricavandone infine un vecchi segaccio. Nascondendo quell’arma anche a sé stesso, si precipitò nella luna dell’orticello e abbattè il nespolo.
Non che temesse i fiori di domani, non che temesse i fiori di domani.
Si accorse pure di due melagrane incartapecorite che curiosavano sanguinando, sospese a un rametto addormentato.
Che vuol dire se paiono rubini e non lo sono?
Anche i sogni non sono realtà.

Quando lei si fu svegliata, se lo trovò poco distante, ancora nerovestito, il viso cioccolate di terra. Stettero molto tempo immobili, i polsi tra le mani, sperando entrambi di avere la febbre.
“Che tu sappia, c’è un medico in questo paese?” mormorò lei.
“Non lo so, ma ho paura di si…”
                                                                 (liberato da un sogno di Carmelo Bene)

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Allan

L'ho rincorsa.
L'ho afferata.

E' stata una lunga,
lunga notte.


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martedì, 14 giugno 2005
Jack III

Pioveva. Proprio come oggi, a gocce fitte e grosse.
Lei stava in ginocchio, nuda, tenera, sul  mio letto disfatto.
Profumava come profumano gli angeli.
I suoi boccoli d'ambra le sfioravano le spalle leggere e il collo bianco di marmo.
Mi inebriava, una nebbia di passione avvolgeva per intero i miei sensi.
Questo ricordo.
Ricordo le sue labbra lucide di vanità.
Ricordo i suoi occhi brillare di un verde prezioso.
Ricordo le sue mani nervose farsi spazio dentro la mia camicia già aperta.
Ricordo le grida d'amore delle colombe sul davanzale confondersi alle nostre.
Già, le nostre grida.
Di passione, mentre l'accarezzavo.
Di desiderio, mentre la baciavo.
Di piacere, mentre la possedevo.
La pioggia continuava a cadere, copiosa, sul davanzale aperto e sul pavimento della stanza.
E lei continuava a gridare.
Le sue grida erano il suo piacere.
Le sue grida erano il mio piacere.
Non smettere, ti prego.
No, non smettere di urlare.
Pompavo sempre più forte.
Il mio cervello era pervaso dall'estasi frenetica e convulsa dell'orgasmo.
Una spirale di voluttà mi mordeva trascinandomi sempre più giù.
Sempre più giù.
Non smettere, ti prego.
Non smettere di urlare.
Così.
Così...
Cosi.
Ricordo l'ultimo nervoso movimento della sua mano.
L'ultimo sospiro uscire dalla sua bocca.
Il mio seme di vita sparso nel suo corpo esanime.
Ricordo quella goccia di sangue a sporcarle il viso per sempre.
Il suo viso per sempre.


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jack

lunedì, 13 giugno 2005
Pablo I

Affila la tua nera scure ancestrale
Oh, mio piccolo amato fiore di seta,
E' la luna a farsi musa al poeta
Che rima al guerriero del sangue il valore,
Perfetto, di fuoco, non corrotto dal cuore.
Affonda la lama, il gioco a che vale?
Affonda il vascello del mio unico mare.

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pablo

venerdì, 10 giugno 2005
Ariel II

Eleonora s'era sentito su di sé il dito della morte...
E' difficile descrivere l'orrore. In alcuni casi, in questi casi, lo sentiamo esterno al nostro corpo come non ci appartenesse, come se non fosse il nostro.
Lei guardava davanti a sé, verso il vuoto della mia stanza, ma in un punto fisso, vicino e stabile. Non si curava più di me, io pure avevo perso quella eccitante sensazione di sentirmi osservata, ora ero sola, c'ero soltanto io. Lei se ne stava là indifferente, impegnata con la sua paura, mentre con pazienza mettevo in completo subbuglio la casa alla ricerca di quel bicchiere. Lo avevo nascosto bene. Non immaginavo che questo momento sarebbe arrivato così presto.
Era la quarta parte di un suo regalo per lui. Quattro bicchieri da vino di cristallo. Un bel regalo, non c'è che dire.
Lo capii da come vi era affezzionato.
-No, non usiamo quelli, non vorrei romperli, sono preziosi sai, me li ha regalati Giorgio per il mio compleanno.-
Si, Giorgio. Quello non ha mai regalato una merdosa conchiglia trovata al mare nemmeno a sua madre. Vaffanculo Giorgio. Vaffanculo tu.
E vaffanculo lei.
Eccolo qua, dietro i piatti intarsiati di Positano.  E' davvero un bel bicchiere, peccato che a lui ne siano rimasti solo tre, che uno si sia rotto.
Peccato che non si sia davvero rotto.  Ma adesso lo rompiamo. Il martello è già sul tavolo.
Eleonara aveva smesso di urlare, forse tutto quel sangue che se era andato le aveva messo sonno. Ma la sveglia è quasi pronta, Eleonora.
Le misi davanti agli occhi quel bicchiere per vedere la sua reazione. Potevo sbagliarmi, dopotutto. Forse Giorgio aveva fatto tredici.
Invece no, non mi sbagliavo. Lo riconobbe.
E' facile fare di un bicchiere uno stumento di tortura. Io ne immaginai uno originale, però.
Uno sventratroie.
Lo impugnai sullo stelo e appoggiai l'interno della campana allo spigolo del tavolo dove si era formato il rigagnolo di sangue che usciva dalle sue dita. Sembravano un'orgia di vermi albini.
Otto dita come gli otto peccati capitali.
L'accidia.
L'avarizia.
L'ira.
L'invidia.
La gola.
La superbia.
La lussuria.
La troiaggine.
Appoggiai solo il bordo. Era un lavoro di precisione. Presi il martello con l'altra mano e piano piano, leggermente e da vicino, mossi un piccolo colpetto sulla parte convessa del vetro.
Si scheggiò. Ruotai di qualche millimetro il bicchiere e lo scheggiai di nuovo. Cosi continuai fino a che il perimetro del calice non diventò affilato come un rasoio, mentre Eleonora guardava. Guardava il suo bel regalo trasformarsi nel suo peggiore incubo. Guardava il suo dolce pensiero riempirsi poco a poco del suo sangue. Dal divano guardava. Mi avvicinai.
Molto vicino, tanto da bagnarmi del suo respiro. Le misi il bicchiere sotto il naso, lo inclinai e le versai qualche goccia di quell'elisir in gola.
-E' buono?-  Le dissi curiosa. E premendo con forza dal piedistallo le infilai mezzo calice in bocca, squartandola da orecchio a orecchio.
Lei si dimenò, urlò dipingendomi di rosso il viso, e con un colpo di mascella si spezzò mezzo calice di cristallo in bocca. A giudicare da come si agitava doveva essere doloroso.
Povera Eleonora, non sapeva che il peggio doveva ancora venire. Purtroppo il bicchiere si era spezzato perdendo così la sua maestosa integrità. Ma al mio scopo poteva ancora servire. Anzi forse era addirittura migliorato. Senza un pezzo di calotta infatti, sarei riuscita ad arrivare anche agli organi più interni.
Le infilai tutte le otto dita in quella bocca viscida e luccicante, e aprii il tredicesimo volume dell'enciclopedia medica alla parola Ovaie.

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ariel

lunedì, 06 giugno 2005
Jack II

Lo trovai una sera che batteva per strada dietro la vecchia fiera e lo portai a casa mia. Aveva un bel sorriso. In auto, lungo il tragitto, cercavo di mascherare, di contenere dentro di me il senso di vomito che provavo solo a guardarlo. Mi dovetti contenere a forza o l'avrei squartato lì, di impeto, sul sedile in pelle chiara. Ma sentivo di disprezzarlo talmente tanto, che pensai fosse giusto fargli provare un'agonia lenta, spasmodica, si, volevo giocarci un pò, farlo urlare fino a sputare le corde vocali. Così restai calmo e simpatico per tutto il tragitto. E anche dopo. A casa infatti lo trattai con tutti i riguardi, andammo di sopra, gli feci scegliere un disco da ascoltare e gli preparai qualcosa da bere. Qualcosa di molto, molto forte. Succo d'ananas e acido muriatico. L'acido non lo puoi mischiare alla coca cola perchè comincia a friggere per reazione. E neanche puoi mischiarlo a superalcolici poichè l'emanazione di gas va subito al naso e via scomparso l'effetto sorpresa. Invece nel succo di frutta si deposita e solitamente non se ne accorge nessuno prima di berne un sorso. Ma dopo si. Oh, se ne è accorto subito che qualcosa non andava. Ho ancora davanti agli occhi la sua facciase ci ripenso. I suoi lineamenti completamente distorti da una smorfia di dolore e sorpresa. Era buffo. Assomigliava a Jack Lemmon nelle sue parodie. Beninteso, sapevo ciò che facevo. Non si muore con un sorso di acido muriatico. Si può tirare avanti per ore ed ore. Mi avvicinai a lui. Era piegato su sé stesso come un riccio. Afferrai la mazza da baseball dalla mensola sopra lo scrittoio e lo colpii in piena nuca. Dosai la forza in modo da non ucciderlo. E soprattutto in modo da non sporcare irrimediabilmente il tappeto di ermellino con il suo viscido sangue. Posai la mazza, lo raccolsi sulle mie spalle e discesi in cantina.
Avevo un'intera notte davanti.
Quel Natale avrei regalato a mio nonno la dentiera più bella che avesse mai visto.

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jack

domenica, 05 giugno 2005
Ariel I

Sembra così ingiusto fare provare una delizia così arcaica, così naturale come il dolore, in questa società moderna.
E' così dall'alba del tempo. E così sarà sempre. L'uomo ha bisogno di sangue, di paura.
Le sue viscere sono state a forza imbavagliate dalla ragione troppo a lungo.
Il sangue che scorre da un altro essere umano ci rassicura e ci fa forti.
E gli strumenti di tortura si rinnovano giorno dopo giorno.
Tempo fa ho scoperto il Minipimer.
Ogni strumento è legato alle sue specifiche, chiaramente.
Questo si ciba di protuberanze come dita, naso, orecchie, capezzoli femminili e cazzi.
Usato su un membro in erezione, colmo di sangue nei suoi tessuti, è capace di schizzare a metri di distanza.
Mi sono dovuta cambiare da capo a piedi...dopo.
Ma quegli urli. Mi sembra ancora di udirli.
Sei un genio Ariel. Questa telecamera è stato un ottimo acquisto.

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ariel

sabato, 04 giugno 2005
Serpe I

Finito il lavoro gli altri si allontanano subito. Ma io no. Io resto lì a guardare ancora un poco i lenti spasmi di agonia delle nostre vittime.  Quel figlio di un cane è a terra, il muso incollato al pavimento della sua putrida cella.  I rivoli di sangue stanno raggiungendo i miei anfibi appena lucidati. Sembra piscio. Afferro saldamente le sbarre e indietreggiando le faccio scorrere lungo i binari, ma la cella non si chiude. Al posto del rumore del ferro sul ferro è un urlo atroce a rimbombare a eco per tutto lo stabile. Mi accorgo che quel bastardo disteso a terra aveva un braccio incastrato lungo i binari delle sbarre ed io chiudendo gliel'ho quasi staccato.
Stai zitto - gli dico.
Non frignare, mezza sega.  Che ti spacco anche l'altro.
Gli tiro un calcio nella mano che fuoriesce dalla cella. Non è troppo violento, ma le sbarre tengono il gomito facendo perno e vedo l'osso del suo avambraccio sbucare dalla carne. Un altro urlo. Come urlano sti assassini.
Con la suola dei miei anfibi tirati a specchio punto sulla sua testa e lo spingo dentro il suo buco, braccio compreso. Devo stare attento a non sporcarmi gli anfibi.
Raggiungo i ragazzi, mi ci vuole un caffè.

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serpe

Jack I

Dopo averle dato un bacio sussurrato dietro il morbido orecchio, le afferrai il viso stringendolo forte a me, la rassicurai con una lenta inspirazione e le infilai per intero il mio indice nell'occhio. Questo con una leggera pressione le uscì dall'orbita emettendo uno schiocco sordo, e scivolò a terra.
Lei non urlò, non ebbe neanche il tempo di dibattersi, no, non si accorse di nulla. Solo si lasciò cadere giù, mentre vagiva e gemeva di suoni disconnessi, e si mise a cercare a tastoni quello che non riusciva a vedere, quello che non avrebbe visto mai più.
Il sangue stava sagomando l'asfalto, ed io provavo un senso di disgusto, di pena. Si, mi faceva pena, accucciata lì sotto, se ne stava lì, senza urlare, senza piangere, senza forze, mentre schifosa si stava sporcando tutta di rosso, mentre incredula cercava il mio viso come risposta.
Nessuna risposta, bambina. E con un calcio vidi volare brandelli di viso.
Di colpo il buio si coprì di silenzio.
Il mio autobus era in arrivo.

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jack


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