Da piccolo avevo paura del sangue.

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Non aveva ancora detto una sola parola da quando avevo ripreso conoscenza, si limitava ad osservarmi, le piaceva e la eccitava scrutare la mia paura, vedermi debole e allo stesso tempo sapersi potente, credersi Dio. Continuava a fissarmi sul filo della lama, cosicché io potessi avere la piena visione di ciò che sarebbe stato: quella lama a squartarmi le carni e il suo occhio a guidarla nell’atroce cammino del mio dolore. La paura mi stava raggelando i muscoli mentre lentamente il freddo tetro di quel posto li stava penetrando.
Lucrezia lentamente distolse lo sguardo dal mio e con una mano cominciò a sfiorarmi una coscia dal basso, lievemente. Io potevo solo sentirla poiché non riuscivo ad alzare il capo eretto, e lei, sempre lentamente continuava la sua carezza che era diretta in su, verso le mie parti intime, sentii la sua mano fredda sui miei testicoli, li stringeva e li lasciava e li stringeva più forte provocandomi un esteso dolore acuto, poi saliva ancora, fino a toccare l’asta del mio pene, sentivo i grattini delle sue unghie sui punti più sensibili del mio membro, che si fece più grosso, e con una cattiveria che le leggevo chiara sul viso lo arpionava stringendo forte facendomi urlare di dolore, anche se da fuori si sarebbero potuti udire solo dei mugugni sommessi poiché ero stato imbavagliato con una palla in bocca, che non mi consentiva di emettere nulla più che rantoli sommessi. Poi posò il suo bisturi sul tavolo, distante affinché io non potessi raggiungerlo, e continuò il suo gioco su di me a due mani, sempre in silenzio, avvicinò la bocca al mio pene tanto che potevo sentirne il respiro, calmo e ritmato, e partendo dalla base lo leccò fino alla punta dove, deciso e potente, un morso mi fece quasi perdere i sensi dal dolore.
Proprio sul punto di svenire, quando la mente si intorpidisce come nella caduta in un sonno profondo, sentii dei rumori provenire dalla stanza attigua, rumori ferrosi, uno strascichio di catene mi parve, prima leggeri e poi più forti, dei battiti violenti di acciaio. Lucrezia alzò la testa, mi guardò e disse tutta eccitata: “Oh, qualcuno deve essersi svegliato, perché non portiamo di qua la nostra puttanella?”.
Ed io capii. Non ero il solo ad essere rinchiuso in quella cantina delittuosa, la pazza aveva pensato bene di trascinare laggiù anche Angela, il mio amore, la cosa a cui più tenevo al mondo.
Per vendicarsi a fondo di qualcuno, per infliggere più dolore possibile ad un essere umano, la strada migliore (se si è pazzi e sprezzanti della Vita) non è prendersela con il nostro nemico, ma farlo assistere impotente alla misera sofferenza dei suoi affetti più cari. Crimini del genere, le cosiddette vendette trasversali, di poveri innocenti la cui unica colpa è amare o essere amati dal soggetto della vendetta, sono conosciuti dall’alba dei tempi, sono uno dei motivi principali della mafia italiana, e non di rado vengono usati come espedienti drammatici nei film d’azione o d’orrore. E cosa c’è, invero, di peggiore che vedere soffrire a causa nostra le persone che amiamo? Quale dolore fisico può anche solo avvicinarsi al dolore che l’anima prova in questi casi?
Lucrezia amava i film dell’orrore. E la sua pazzia l’aveva portata a farsi regista ed interprete di un film del genere. Ma senza finzione. Qui era tutto vero.

