Da piccolo avevo paura del sangue.

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Prese il coltello chirurgico e andò di là. Cominciai a dibattermi convulsamente cercando di liberarmi, ma le corde che mi legavano mani e piedi erano robuste, ben salde e senza gioco, mi scorticai fino a sanguinare polsi e caviglie, ma senza risultati. Provai a guardarmi intorno alla ricerca di qualsiasi cosa potesse aiutarmi, ma invano: nulla era a portata di mano e il tavolo doveva essere inchiodato a terra visto che anche dibattendomi all’impazzata non ero riuscito a smuoverlo minimamente. Cominciavo ad impazzire. Non una risorsa a cui aggrappare le mie speranze. Ero un ammasso di carne viva al macello. Lucrezia tornò. Potevo scorgere di sbieco l’ingresso all’altra stanza e ciò che vidi mi atterrì. Come portando a spasso un cane, Lucrezia teneva al guinzaglio Angela con un tubo di ferro che le aveva incatenato al collo, le mani del mio dolce amore le erano state legate con una fune dietro la schiena, le caviglie incatenate le sanguinavano copiosamente, un boccaglio sadomaso le riempiva la bocca ed era completamente nuda mentre camminava a fatica trascinata da quel mostro che, una volta, era stato il dolce oggetto dei miei pensieri.
“Cammina cagna, muoviti, vieni a trovare il tuo amore” le diceva con voce stridula mentre io disperato stavo esaurendo le mie ultime energie provando a urlarle di smetterla, ma la voce mi usciva soffocata e l’unica reazione che le provocavo era un riso isterico che, oh mio Dio, la faceva sembrare, sotto la luce, un Diavolo. E un Diavolo era in realtà. In cuor mio avevo tutto estremamente chiaro, sapevo bene che né Angela né io avevamo possibilità di scampo, lo sentivo fortemente, ma tenevo questo pensiero chiuso, sigillato in una scatola remota, posta in fondo al cuore, che non smette mai, per sua natura, di sperare. Ma sapevo bene che era solo l’inizio, e che il peggio doveva ancora venire. Cosa aveva in mente quella strega? Che torture? Quali ignobili efferatezze avrebbe o aveva già architettato? Cosa? Cosa?

