Da piccolo avevo paura del sangue.

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Un urlo tremendo squarcia il silenzio più nero.
Una terribile verità frantuma in un attimo ogni illusione.
L’ossuta mano della ragione scaglia a terra lo specchio del futuro, un fragore enorme, un massacro di stelle esplode nel corpo, in testa, ovunque, in sordina.
Non c’è più tempo.
Saperlo non cambia affatto le cose.
E lui sa, ora.
Si, avevo smesso di fare del male alle persone. So perfettamente che è sbagliato. Chi sono io per giudicare le azioni altrui? Chi sono io per arbitrare la vita e la morte? Posso io decidere di dare il dolore a mia discrezione? Ma non è così semplice. Non c’è sempre giusto e sbagliato. Io vivo costantemente sul traghetto che costeggia le sponde della follia. Ed è per questo che ho la facoltà non comune di saper riconoscere altra follia.
Allevio il dolore a quanti soffrirebbero per mano delle mie vittime.
Io sono l’anticrimine. Io, il crimine.
Mi era sembrato un bravo ragazzo. Dice di avere venticinque anni. L’età dell’onnipotenza. L’età in cui la consapevolezza di sé poco a poco si sovrappone ai propri sogni, completandoli con la volontà di realizzarli, a volte, o sciogliendoli con la fiamma tiepida della rinuncia, più spesso.
Venticinque anni. Dove il germe rompe il suo bozzolo e si mostra nudo e sincero al mondo.
Il suo germe era malvagio.
Non mi piace essere una preda. Odio essere trattata da preda. E lui lo ha fatto. Schifoso maiale che non sai tenere a bada i tuoi istinti carnali. Non ci si comporta così con una donna. Chissà quante volte lo avrà fatto. Sicuro e spietato dietro il suo scudo di muscoli.
Non voglio giustificarmi - Ariel sei una schifosa assassina - ma non è così che si tratta una donna, bello. Non puoi fare il carino tutta la sera per portarmi a casa tua, sul tuo fottuto strabrillante parquet, per poi trattarmi come una schifosa troia e sottomettermi alle tue sadiche perversioni sessuali.
Io non esco mai senza poche, necessarie cosine antistupro.
Qualche pillola di sonnifero solubile.
Qualche siringa.
Qualche droga.
Manette.
Il mio fedele bisturi.
Non che abbia sfiducia nella gente. Ma non si può mai sapere chi si ha davanti.
La città inganna e crea follie e perversioni, isolando le persone. La città è diabolica, perversa.
Anche la provincia ha le sue follie, ma per certi versi sono follie in scala, isolabili, eccezioni di una regola ristretta al luogo. La città invece vive una vita propria, che è la somma, anzi il prodotto delle migliaia di vite singole che vi partecipano, che si scontrano, che si influenzano nella loro individualità. Forse io sono l’anticorpo di questo organismo, autosufficiente e spietato.
Questo pensiero mi attraversa richiudendomi il portone di casa sua alle spalle, mentre lui è ancora là, seduto con le sue paure, i suoi sogni infranti e la miccia accesa.
L’ho lasciato fare. Volevo vedere fino a che punto si sarebbe spinto. E si è spinto parecchio in là per essere ancora un ragazzo. Mi ha fatto godere, e non è cosa da poco. Per questo per un attimo, ma soltanto per un attimo, ho anche pensato di lasciarlo in vita, di graziarlo. Ma era un pensiero debole. Non ci credeva neanche lui. Il pensiero, intendo.
Così mi sono decisa. Un po’ di sonnifero nel vino e comincia il gioco, quello vero.
Le dosi vanno rispettate, se si vuole che il gioco sia interessante. Ho portato una sedia in mezzo alla stanza e l’ho convinto a sedersi. Non è difficile se sei nuda, dall’apparenza vogliosa e con un bicchiere di bollicine in mano. Quindi ho aspettato che il sonnifero liberasse il suo effetto, addormentandolo. Mi sono levata da lui, mi sono accesa una sigaretta ed ho aperto il doppiofondo della mia borsa. Dopo averlo imbavagliato e legato mani e piedi alla sedia ho atteso che si risvegliasse. Ed ho cominciato il mio gioco prima che riprendesse completamente le forze.
Non se la passava poi così male. Ma doveva ancora arrivare il momento del dolore.
Quindi trasportai dei mobili abbastanza pesanti, una scrivania il tavolo ed il divano, vicino a lui, e li appoggiai contro la sua sedia su tre lati, destro sinistro e dietro, in modo da evitare che si ribaltasse.
Anche se drogato era possibile che al primo chiodo reagisse dimenandosi fino a cadere.
La sua espressione non cambiava, mentre facevo tutto questo. Se ne stava rigido, tutto contratto, paralizzato dalla paura. Era eccitante. Cercavo di immaginare che cosa mai potesse pensare. Ma pensava. Capiva. Lo leggevo nei suoi occhi. Era stranito, ma cosciente.
Dieci chiodi, dieci dita.
Dieci chiodi, tutti saldamente piantati al suo nuovissimo parquet.
Si dimenava come un pazzo. L’effetto delle sostanze svanito a causa dell’adrenalina prodotta dal suo corpo lasciava spazio alla lucida consapevolezza della fine, che scaglia a terra lo specchio del proprio futuro, mandandolo in pezzi in un tumulto sommesso.
Non aveva nulla a portata di mano che potesse essergli utile per schiodarsi da quella situazione, ed il sangue, quel preziosissimo liquido che diamo per scontato, lo stava abbandonando poco a poco, ci sarebbero volute ore, forse giorni.
Una morte del genere ti porta alla pazzia. Vivo ma già morto.
Così gli diedi la possibilità di farla finita da solo.
Gli misi in mano l’interruttore della lampada che avevo posto in cucina.
Accesi il gas e me ne andai.

