RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

RossoSangue

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mercoledì, 23 novembre 2005
Ariel IV (l'analisi)

Un urlo tremendo squarcia il silenzio più nero.
Una terribile verità frantuma in un attimo ogni illusione.
L’ossuta mano della ragione scaglia a terra lo specchio del futuro, un fragore enorme, un massacro di stelle esplode nel corpo, in testa, ovunque, in sordina. 
Non c’è più tempo.

Una volta innescata, la bomba esploderà.
Saperlo non cambia affatto le cose.
E lui sa, ora.

Sa che non si alzerà mai più da quella sedia. Sa che non vedrà mai più nessuno di voi. Sa che non toccherà mai più un fiocco di neve, sa che mai più respirerà l’odore frizzante del mare, mai più.

Si, avevo smesso di fare del male alle persone. So perfettamente che è sbagliato. Chi sono io per giudicare le azioni altrui? Chi sono io per arbitrare la vita e la morte? Posso io decidere di dare il dolore a mia discrezione? Ma non è così semplice. Non c’è sempre giusto e sbagliato. Io vivo costantemente sul traghetto che costeggia le sponde della follia. Ed è per questo che ho la facoltà non comune di saper riconoscere altra follia.
Allevio il dolore a quanti soffrirebbero per mano delle mie vittime.
Io sono l’anticrimine. Io, il crimine.

Mi era sembrato un bravo ragazzo. Dice di avere venticinque anni. L’età dell’onnipotenza. L’età in cui la consapevolezza di sé poco a poco si sovrappone ai propri sogni, completandoli con la volontà di realizzarli, a volte, o sciogliendoli con la fiamma tiepida della rinuncia, più spesso.
Venticinque anni. Dove il germe rompe il suo bozzolo e si mostra nudo e sincero al mondo.
Il suo germe era malvagio.

Non mi piace essere una preda. Odio essere trattata da preda. E lui lo ha fatto. Schifoso maiale che non sai tenere a bada i tuoi istinti carnali. Non ci si comporta così con una donna. Chissà quante volte lo avrà fatto. Sicuro e spietato dietro il suo scudo di muscoli.
Non voglio giustificarmi - Ariel sei una schifosa assassina - ma non è così che si tratta una donna, bello. Non puoi fare il carino tutta la sera per portarmi a casa tua, sul tuo fottuto strabrillante parquet, per poi trattarmi come una schifosa troia e sottomettermi alle tue sadiche perversioni sessuali.
Io non esco mai senza poche, necessarie cosine antistupro.
Qualche pillola di sonnifero solubile.
Qualche siringa.
Qualche droga.
Manette.
Il mio fedele bisturi.
Non che abbia sfiducia nella gente. Ma non si può mai sapere chi si ha davanti.
La città inganna e crea follie e perversioni, isolando le persone. La città è diabolica, perversa.
Anche la provincia ha le sue follie, ma per certi versi sono follie in scala, isolabili, eccezioni di una regola ristretta al luogo. La città invece vive una vita propria, che è la somma, anzi il prodotto delle migliaia di vite singole che vi partecipano, che si scontrano, che si influenzano nella loro individualità. Forse io sono l’anticorpo di questo organismo, autosufficiente e spietato.

Questo pensiero mi attraversa richiudendomi il portone di casa sua alle spalle, mentre lui è ancora là, seduto con le sue paure, i suoi sogni infranti e la miccia accesa.

L’ho lasciato fare. Volevo vedere fino a che punto si sarebbe spinto. E si è spinto parecchio in là per essere ancora un ragazzo. Mi ha fatto godere, e non è cosa da poco. Per questo per un attimo, ma soltanto per un attimo, ho anche pensato di lasciarlo in vita, di graziarlo. Ma era un pensiero debole. Non ci credeva neanche lui. Il pensiero, intendo.
Così mi sono decisa. Un po’ di sonnifero nel vino e comincia il gioco, quello vero.
Le dosi vanno rispettate, se si vuole che il gioco sia interessante. Ho portato una sedia in mezzo alla stanza e l’ho convinto a sedersi. Non è difficile se sei nuda, dall’apparenza vogliosa e con un bicchiere di bollicine in mano. Quindi ho aspettato che il sonnifero liberasse il suo effetto, addormentandolo. Mi sono levata da lui, mi sono accesa una sigaretta ed ho aperto il doppiofondo della mia borsa. Dopo averlo imbavagliato e legato mani e piedi alla sedia ho atteso che si risvegliasse.  Ed ho cominciato il mio gioco prima che riprendesse completamente le forze.

“Non sto scherzando”, gli ho detto. E gli ho infilato la siringa nel braccio. Lidocaina e Atropina a basse dosi. Vengono usati in medicina come antiaritmici, ma raggiungono il loro meglio come sostanze stupefacenti. Dapprima provocano sonnolenza, ed in questo stato di torpore cominciano ad agire come dissociativi provocando agitazione mentale, confusione e difficoltà a comunicare al mondo esterno le visioni che si percorrono nel proprio viaggio onirico.
Non se la passava poi così male. Ma doveva ancora arrivare il momento del dolore.

Stava costruendo un qualche mobile, il povero ragazzo ingegnoso, e in un angolo dell’appartamento c’erano cataste di assi e listelle di legno, e pialle, livelle, seghetti e altri attrezzi da legno. C’erano rotoli di carta vetrata. Ma ciò che più mi colpì fu un mucchietto di chiodi belli grossi, di un bell’acciaio splendente, ed un grosso e pesante martello.

Raccolsi sia i chiodi che il martello e posai tutto a terra davanti a lui. Lui vide. E forse capì, anche.
Quindi trasportai dei mobili abbastanza pesanti, una scrivania il tavolo ed il divano, vicino a lui, e li appoggiai contro la sua sedia su tre lati, destro sinistro e dietro, in modo da evitare che si ribaltasse.
Anche se drogato era possibile che al primo chiodo reagisse dimenandosi fino a cadere.
La sua espressione non cambiava, mentre facevo tutto questo. Se ne stava rigido, tutto contratto, paralizzato dalla paura. Era eccitante. Cercavo di immaginare che cosa mai potesse pensare. Ma pensava. Capiva. Lo leggevo nei suoi occhi. Era stranito, ma cosciente.

“Il tuo tempo è finito,” gli dissi, “lo capirai.”

Presi una lampada da tavolo e tagliai il filo. Poi tagliai tutti i cavi di corrente che trovai in casa e con pazienza ed un paio di forbici li unii in un unico cavo molto lungo, lungo dalla sedia dove lui era seduto alla cucina. All’estremità della cucina attaccai la lampada, mentre all’estremità opposta collegai il tasto dell’accensione e la spina, che infilai in una presa di corrente. Ed iniziai a martellare.
Dieci chiodi, dieci dita.
Dieci chiodi, tutti saldamente piantati al suo nuovissimo parquet.
Si dimenava come un pazzo. L’effetto delle sostanze svanito a causa dell’adrenalina prodotta dal suo corpo lasciava spazio alla lucida consapevolezza della fine, che scaglia a terra lo specchio del proprio futuro, mandandolo in pezzi in un tumulto sommesso.
Non aveva nulla a portata di mano che potesse essergli utile per schiodarsi da quella situazione, ed il sangue, quel preziosissimo liquido che diamo per scontato, lo stava abbandonando poco a poco, ci sarebbero volute ore, forse giorni.
Una morte del genere ti porta alla pazzia. Vivo ma già morto.
Così gli diedi la possibilità di farla finita da solo.
Gli misi in mano l’interruttore della lampada che avevo posto in cucina.
Accesi il gas e me ne andai.

Postato da: WithoutGod a 19:41 | link | commenti (42) |
ariel

giovedì, 17 novembre 2005
Ariel IV

Dieci chiodi. Due piedi. Un chiodo per dito.
Ben piantati, al suo nuovissimo parquet color mogano.
Dieci chiodi, dieci dita.
Lui è ancora lì, ora.
E lì resterà, penso.

Postato da: WithoutGod a 21:37 | link | commenti (14) |
ariel

mercoledì, 22 giugno 2005
Ariel III

Aveva i capelli rossi.
Immobilizzare questi stronzi è sempre più facile. Uomini, puah. Grossi, forti, pieni di sé.
Aveva il cazzo duro.
Pensano tutti sia un gioco. Un  gioco perverso condotto da una fatina piccola e tenera.
Aveva annusato il dolore però.
La mia fighetta si allontanava dalla sua fantasia poco a poco. Cominciava a capire. Incredulo. Non voleva. Capire. Allora decisi di smettere di giocare.
Allontanai le mie labbra dal suo ego pulsante. Un filino di tela di ragno ci teneva ancora uniti.
Certo. Era eccitante anche per me.
Questa è la verità. La nascondo a me stessa, a volte, ma è inutile. Non ho più brividi, se non questi. Non ho più stimoli, se non questi. Non ho più orgasmi. Se non qui. Fare godere Lui è ormai solo un dovere per me. Lui. Il mio tenero Lui. Se sapesse. No. Non saprà mai. Mai deve venire a sapere che razza di psicopatica ama. Mai. Lui è tutto per me. Ma come posso reprimere i miei impulsi vitali? Come posso fare tacere il mio essere. Io sono due persone.
No. Non te lo finisco il pompino, stronzo. Gli dissi.
Mi accesi una sigaretta. Il pezzente era lì sotto, nudo, legato. Alla luce verde del bagagliaio. Un verme rugoso.
Ne abboccai solo due tiri e cominciai a giocare.
Vediamo se ti si smoscia, così. E gli appoggiai piano il lumino incandescente nel suo punto G. Proprio sul filettino della cappella.
Me ne intendo di queste cose. Le studio da quando avevo quattordici anni.
Oh, doveva fare un gran male. Il cazzo per riflesso gli diventò ancora più duro. Urlava, il maiale.
Feci un altro tiro di quel giochino. Sapeva di umido. La riaccesi ben bene. E gli bruciai entrambi i capezzoli. Mi piacciono i capezzoli maschi. Piccoli e pelosetti. Rossicci.
Va bene lasciami brutta pazza maniaca, urlava. Smettila ora che ti sei divertita abbastanza, diceva.
Non sapeva. Certo. Come poteva sapere che questi sono i miei preliminari?
Però aveva ragione. Dovevo smetterla con queste cazzate.
Ero in ritardo. Avevo promesso a lui che sarei tornata presto, alle sue braccia.
Stai buono lì. Non ti muovere, cazzone.
Scavalcai i sedili posteriori e andai a prendere la mia borsetta.
Non esco mai senza il mio bisturi.
Si chiama Jack.

Postato da: WithoutGod a 12:45 | link | commenti (46) |
ariel

venerdì, 10 giugno 2005
Ariel II

Eleonora s'era sentito su di sé il dito della morte...
E' difficile descrivere l'orrore. In alcuni casi, in questi casi, lo sentiamo esterno al nostro corpo come non ci appartenesse, come se non fosse il nostro.
Lei guardava davanti a sé, verso il vuoto della mia stanza, ma in un punto fisso, vicino e stabile. Non si curava più di me, io pure avevo perso quella eccitante sensazione di sentirmi osservata, ora ero sola, c'ero soltanto io. Lei se ne stava là indifferente, impegnata con la sua paura, mentre con pazienza mettevo in completo subbuglio la casa alla ricerca di quel bicchiere. Lo avevo nascosto bene. Non immaginavo che questo momento sarebbe arrivato così presto.
Era la quarta parte di un suo regalo per lui. Quattro bicchieri da vino di cristallo. Un bel regalo, non c'è che dire.
Lo capii da come vi era affezzionato.
-No, non usiamo quelli, non vorrei romperli, sono preziosi sai, me li ha regalati Giorgio per il mio compleanno.-
Si, Giorgio. Quello non ha mai regalato una merdosa conchiglia trovata al mare nemmeno a sua madre. Vaffanculo Giorgio. Vaffanculo tu.
E vaffanculo lei.
Eccolo qua, dietro i piatti intarsiati di Positano.  E' davvero un bel bicchiere, peccato che a lui ne siano rimasti solo tre, che uno si sia rotto.
Peccato che non si sia davvero rotto.  Ma adesso lo rompiamo. Il martello è già sul tavolo.
Eleonara aveva smesso di urlare, forse tutto quel sangue che se era andato le aveva messo sonno. Ma la sveglia è quasi pronta, Eleonora.
Le misi davanti agli occhi quel bicchiere per vedere la sua reazione. Potevo sbagliarmi, dopotutto. Forse Giorgio aveva fatto tredici.
Invece no, non mi sbagliavo. Lo riconobbe.
E' facile fare di un bicchiere uno stumento di tortura. Io ne immaginai uno originale, però.
Uno sventratroie.
Lo impugnai sullo stelo e appoggiai l'interno della campana allo spigolo del tavolo dove si era formato il rigagnolo di sangue che usciva dalle sue dita. Sembravano un'orgia di vermi albini.
Otto dita come gli otto peccati capitali.
L'accidia.
L'avarizia.
L'ira.
L'invidia.
La gola.
La superbia.
La lussuria.
La troiaggine.
Appoggiai solo il bordo. Era un lavoro di precisione. Presi il martello con l'altra mano e piano piano, leggermente e da vicino, mossi un piccolo colpetto sulla parte convessa del vetro.
Si scheggiò. Ruotai di qualche millimetro il bicchiere e lo scheggiai di nuovo. Cosi continuai fino a che il perimetro del calice non diventò affilato come un rasoio, mentre Eleonora guardava. Guardava il suo bel regalo trasformarsi nel suo peggiore incubo. Guardava il suo dolce pensiero riempirsi poco a poco del suo sangue. Dal divano guardava. Mi avvicinai.
Molto vicino, tanto da bagnarmi del suo respiro. Le misi il bicchiere sotto il naso, lo inclinai e le versai qualche goccia di quell'elisir in gola.
-E' buono?-  Le dissi curiosa. E premendo con forza dal piedistallo le infilai mezzo calice in bocca, squartandola da orecchio a orecchio.
Lei si dimenò, urlò dipingendomi di rosso il viso, e con un colpo di mascella si spezzò mezzo calice di cristallo in bocca. A giudicare da come si agitava doveva essere doloroso.
Povera Eleonora, non sapeva che il peggio doveva ancora venire. Purtroppo il bicchiere si era spezzato perdendo così la sua maestosa integrità. Ma al mio scopo poteva ancora servire. Anzi forse era addirittura migliorato. Senza un pezzo di calotta infatti, sarei riuscita ad arrivare anche agli organi più interni.
Le infilai tutte le otto dita in quella bocca viscida e luccicante, e aprii il tredicesimo volume dell'enciclopedia medica alla parola Ovaie.

Postato da: WithoutGod a 17:26 | link | commenti (21) |
ariel

domenica, 05 giugno 2005
Ariel I

Sembra così ingiusto fare provare una delizia così arcaica, così naturale come il dolore, in questa società moderna.
E' così dall'alba del tempo. E così sarà sempre. L'uomo ha bisogno di sangue, di paura.
Le sue viscere sono state a forza imbavagliate dalla ragione troppo a lungo.
Il sangue che scorre da un altro essere umano ci rassicura e ci fa forti.
E gli strumenti di tortura si rinnovano giorno dopo giorno.
Tempo fa ho scoperto il Minipimer.
Ogni strumento è legato alle sue specifiche, chiaramente.
Questo si ciba di protuberanze come dita, naso, orecchie, capezzoli femminili e cazzi.
Usato su un membro in erezione, colmo di sangue nei suoi tessuti, è capace di schizzare a metri di distanza.
Mi sono dovuta cambiare da capo a piedi...dopo.
Ma quegli urli. Mi sembra ancora di udirli.
Sei un genio Ariel. Questa telecamera è stato un ottimo acquisto.

Postato da: WithoutGod a 15:11 | link | commenti (20) |
ariel


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