RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

RossoSangue

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RossoSangue non è un blog. Per scoprire cos'è: Non avere fretta. Allarga la pagina. Chiudi fuori il tempo. Leggi. Se sei sensibile alla violenza e al dolore...No. Tutti i personaggi, le storie, le idee, sono assolutamente e totalmente frutto della truce e scellerata fantasia del loro autore. Testi e immagini non sono protetti da Copyright, ma. Alcuni Diritti sono riservati da Creative Commons. Per sapere quali clicca sul marchio a fondo pagina. Se vuoi usare i testi, parlarmi, denunciarmi o farmi male, prima scrivimi. Uccido sezionando da vivo chi mi scrive a: e.a.poe@hotmail.it

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venerdì, 17 giugno 2005
Jack IV

Tornai tardi quella sera.
Dopo aver messo l'auto in garage  mi avviai subito verso il portone. Ero stanco. L'alcool mi girava nella testa come una giostra.
Mi piacevano i sassi. Non riuscivo a tenere alto lo sguardo, e ricordo di essermi soffermato ad ammirare i sassolini di ghiaia del cortiletto. Erano tutti diversi. Non riuscivo a distinguerne due della stessa forma. Ah, com'erano belli. Sembravano il mare se li guardavo in controluce. Allargai le braccia come fossero ali e ci volai sopra. Fino al portone. Lì, sotto la luce bianca del porticato mi vidi le mani.
Erano rosse. E il rosso continuava. Sui polsini della camicia, sulla punta delle scarpe, sulle cosce dei pantaloni.
Era sangue.
Ero tutto sporco di sangue.
Ed io stavo bene.
Di chi era?
Cosa avevo fatto?
Lei me lo aveva detto.
"Non uscire questa sera. Stai a casa. Io sto fuori solo poche ore. Tu aspettami qui. Ti troverò qui quando torno? Magari con un bel bicchiere di vino in mano. .. Ciao."
E invece ero uscito.
Ma che ore erano?
Lei, era già tornata?
Con le chiavi che mi trovai nella tasca della giacca aprii il portone silenziosamente, ed entrai.
Luci spente, nessun rumore.
Dovevo mettermi a posto.
Mettermi a posto.
Si.
Andai in bagno. In quello di sotto. La luce del neon mi folgorò per tre volte prima di stabilizzarsi e di lasciarmi guardare allo specchio.
Presi un colpo. Anche la mia faccia era tutta rossa di sangue. Un pezzetto di materia grigiastra era incastrato fra il bavero della giacca e il mio collo. Residui umani.
Ricordavo la lotta. Ricordavo il furore sprigionato nelle ultime ore. Ma non ricordavo nient'altro. Un'amnesia. Provocata dall'alcool, probabilmente.
Dovevo mettermi a posto.
Si.
Buttai quel brandello di roba nel water, e non tirai l'acqua subito, no, forse avrei dovuto buttarci qualcos'altro, ed era meglio tirarla una volta sola nel caso che lei fosse già di sopra, a letto.
Stesi un asciugamano grande per terra e mi tolsi la giacca. La piegai e la misi sopra l'asciugamano. Poi la camicia e i pantaloni. Poi le mutande e i calzini. Tutto sull'asciugamano.
Non toccai niente. Non la porta, non il lavandino, non il telo della vasca da bagno quando vi entrai.
L'acqua calda della doccia mi tolse il respiro. Il fondo della vasca era un fiumiciattolo livido fino allo scolo.
Uscii e la pulii ben bene con il getto della doccia. Presi l'accappattoio e mi asciugai. Poi me lo tolsi e lo guardai. Non aveva tracce di sporco. O almeno non le vidi. Lo riappesi. Pisciai su quel pezzo di schifo e tirai l'acqua. Controllai che avesse ingoiato tutto. Poi presi i lembi dell'asciugamano per terra e ci avvosi dentro tutti i vestiti, lo raccolsi, mi girai a dare una controllata al bagno e spensi la luce.
Andai in cucina. Da sotto il lavello estrassi un sacchetto di plastica e ci infilai la palla di spugna.
Dove nasconderla?
Nel frizer.
Si. Lei domattina sarebbe uscita presto e sicuramente non l'avrebbe aperto. Per sicurezza la misi in fondo, dietro i tortellini e la carne congelata. Era un sacchetto come un altro. Perfetto.
Chiusi il frizer e aprii il frigo. Presi la bottiglia di Pinot Nero, la stappai e me ne versai un bicchiere.
Ero soddisfatto. Avevo fatto un buon lavoro.
Nudo con il bicchiere in mano salli le scale ed entrai in camera.
Era vuota.
Lei non c'era.
Dov'era?
Ah si, era uscita.
Forse non era ancora tornata.
Mi misi a letto, appoggiando il vino sul comodino e prendendone il libro.
La nausea. Di Sartre.

La  miglior cosa sarebbe srivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro.Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dir...

"Toc toc. Permesso?"
"Hey, ciao Ariel. Dove sei stata?"


Postato da: WithoutGod a 05:17 | link | commenti (22) |
jack

martedì, 14 giugno 2005
Jack III

Pioveva. Proprio come oggi, a gocce fitte e grosse.
Lei stava in ginocchio, nuda, tenera, sul  mio letto disfatto.
Profumava come profumano gli angeli.
I suoi boccoli d'ambra le sfioravano le spalle leggere e il collo bianco di marmo.
Mi inebriava, una nebbia di passione avvolgeva per intero i miei sensi.
Questo ricordo.
Ricordo le sue labbra lucide di vanità.
Ricordo i suoi occhi brillare di un verde prezioso.
Ricordo le sue mani nervose farsi spazio dentro la mia camicia già aperta.
Ricordo le grida d'amore delle colombe sul davanzale confondersi alle nostre.
Già, le nostre grida.
Di passione, mentre l'accarezzavo.
Di desiderio, mentre la baciavo.
Di piacere, mentre la possedevo.
La pioggia continuava a cadere, copiosa, sul davanzale aperto e sul pavimento della stanza.
E lei continuava a gridare.
Le sue grida erano il suo piacere.
Le sue grida erano il mio piacere.
Non smettere, ti prego.
No, non smettere di urlare.
Pompavo sempre più forte.
Il mio cervello era pervaso dall'estasi frenetica e convulsa dell'orgasmo.
Una spirale di voluttà mi mordeva trascinandomi sempre più giù.
Sempre più giù.
Non smettere, ti prego.
Non smettere di urlare.
Così.
Così...
Cosi.
Ricordo l'ultimo nervoso movimento della sua mano.
L'ultimo sospiro uscire dalla sua bocca.
Il mio seme di vita sparso nel suo corpo esanime.
Ricordo quella goccia di sangue a sporcarle il viso per sempre.
Il suo viso per sempre.


Postato da: WithoutGod a 11:50 | link | commenti (9) |
jack

lunedì, 06 giugno 2005
Jack II

Lo trovai una sera che batteva per strada dietro la vecchia fiera e lo portai a casa mia. Aveva un bel sorriso. In auto, lungo il tragitto, cercavo di mascherare, di contenere dentro di me il senso di vomito che provavo solo a guardarlo. Mi dovetti contenere a forza o l'avrei squartato lì, di impeto, sul sedile in pelle chiara. Ma sentivo di disprezzarlo talmente tanto, che pensai fosse giusto fargli provare un'agonia lenta, spasmodica, si, volevo giocarci un pò, farlo urlare fino a sputare le corde vocali. Così restai calmo e simpatico per tutto il tragitto. E anche dopo. A casa infatti lo trattai con tutti i riguardi, andammo di sopra, gli feci scegliere un disco da ascoltare e gli preparai qualcosa da bere. Qualcosa di molto, molto forte. Succo d'ananas e acido muriatico. L'acido non lo puoi mischiare alla coca cola perchè comincia a friggere per reazione. E neanche puoi mischiarlo a superalcolici poichè l'emanazione di gas va subito al naso e via scomparso l'effetto sorpresa. Invece nel succo di frutta si deposita e solitamente non se ne accorge nessuno prima di berne un sorso. Ma dopo si. Oh, se ne è accorto subito che qualcosa non andava. Ho ancora davanti agli occhi la sua facciase ci ripenso. I suoi lineamenti completamente distorti da una smorfia di dolore e sorpresa. Era buffo. Assomigliava a Jack Lemmon nelle sue parodie. Beninteso, sapevo ciò che facevo. Non si muore con un sorso di acido muriatico. Si può tirare avanti per ore ed ore. Mi avvicinai a lui. Era piegato su sé stesso come un riccio. Afferrai la mazza da baseball dalla mensola sopra lo scrittoio e lo colpii in piena nuca. Dosai la forza in modo da non ucciderlo. E soprattutto in modo da non sporcare irrimediabilmente il tappeto di ermellino con il suo viscido sangue. Posai la mazza, lo raccolsi sulle mie spalle e discesi in cantina.
Avevo un'intera notte davanti.
Quel Natale avrei regalato a mio nonno la dentiera più bella che avesse mai visto.

Postato da: WithoutGod a 04:47 | link | commenti (24) |
jack

sabato, 04 giugno 2005
Jack I

Dopo averle dato un bacio sussurrato dietro il morbido orecchio, le afferrai il viso stringendolo forte a me, la rassicurai con una lenta inspirazione e le infilai per intero il mio indice nell'occhio. Questo con una leggera pressione le uscì dall'orbita emettendo uno schiocco sordo, e scivolò a terra.
Lei non urlò, non ebbe neanche il tempo di dibattersi, no, non si accorse di nulla. Solo si lasciò cadere giù, mentre vagiva e gemeva di suoni disconnessi, e si mise a cercare a tastoni quello che non riusciva a vedere, quello che non avrebbe visto mai più.
Il sangue stava sagomando l'asfalto, ed io provavo un senso di disgusto, di pena. Si, mi faceva pena, accucciata lì sotto, se ne stava lì, senza urlare, senza piangere, senza forze, mentre schifosa si stava sporcando tutta di rosso, mentre incredula cercava il mio viso come risposta.
Nessuna risposta, bambina. E con un calcio vidi volare brandelli di viso.
Di colpo il buio si coprì di silenzio.
Il mio autobus era in arrivo.

Postato da: WithoutGod a 20:21 | link | commenti (5) |
jack


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