RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

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lunedì, 05 settembre 2005
Lucrezia (parte sette - Final cut.)


Schifosa cinefila pervertita.
La pazzia ha il potere di incrementare l’immaginazione oltre la soglia della banalità, questo pensai in quel momento. Non riuscivo a distaccare i miei pensieri dalla mente di Lucrezia, volevo riuscire a capirla; mi sforzavo di entrarle dentro, di illuminare ed ammirare quel germe di follia che muoveva i fili delle sue azioni, seppure mi trovassi in un momento così spaventoso, incatenato al mio peggior orrore, il mio cervello non smetteva di pensare a lei: a  quello che stava facendo, a ciò che l’aveva mossa a farlo, all' energia che alimentava i suoi occhi e al tremendo ed ignoto finale che mi sarebbe spettato.
La mia cura Ludovico. Già.
Dove l’immaginazione calca il vuoto delle idee, o dove forse le idee stesse non riescono a disappannare la patina che ce ne copre la chiarezza e la maniera, allora è là, il punto in cui possiamo aiutarci con la fantasia di qualcun altro, il punto in cui prendiamo in prestito storie mai vissute, ma bensì viste, in qualche grande schermo o comodamente seduti, immobili nel nostro salotto.
Lacrime e sudore e altri fluidi mi stavano corrodendo l’anima dal basso. Sotto l’inutile maschera in cui mi dimenavo esagitato da quell’orrore seguivo i miei discorsi, stranamente calmi e perfettamente lucidi.
Preferivo morire piuttosto che restare menomato sessualmente. Se anche fossi rimasto in vita mi sarei ucciso da solo dopo il primo pompino andato a male.
La tremenda punizione che salvò Alex dal carcere: essere costretto a riluttare la propria natura di violenza.
Mai avrei vissuto una vita odiando il sesso.
Mentre pensavo questo Angela leccava e succhiava singhiozzando e piangendo su di me.
Mentre pensavo questo Lucrezia sapeva che il suo lavoro stava funzionando, e ne godeva.
Stavo scoppiando. Mille fortissime contrazioni all’addome mi bloccarono il respiro innervandomi di piacere e dolore insieme. Mai avevo provato prima d’allora un piacere più grande. Nessuna sostanza che io abbia mai provato era paragonabile a quell’orgasmo. Stavo godendo come non pensavo fosse possibile.
Lucrezia se ne accorse. Continuando a reggere il ferreo collare di Angela si chinò e scomparve così alla mia vista, per riapparirmi con in mano due coltellacci da salumi.
Restando a distanza ne infilò uno in mano ad Angela.
“Succhiagli tutto,” le disse fissando il mio cazzo pronto ad esplodere, “e poi taglialo. O  ti taglierò il braccio.”
Non un solo pensiero si formò dentro me al suono di quelle parole. O solamente non volli realizzare.
Accadde tutto in uno spazio senza tempo. Riuscii ad udire soltanto un sibilo di lama. E poi più nulla.

Mi svegliai. Ero completamente annebbiato ed intorpidito, come nel risveglio da un forte sedativo.
Non credetti ai miei occhi. Mi trovavo in casa mia, sul mio sofà, e di fronte a me avevo Angela vestita con il suo costume da Jessica Rabbit.
“Ma cosa…??” pensai, “Cosa è successo? È stato solo un sogno? Non è possibile. Soltanto un lunghissimo, orrendo sogno?”
Angela davanti a me sorrideva.
“Ti sei addormentato, amore.” Disse.
Non riuscivo a parlare, a pensare, a muovermi.
Ma sentivo un dolore pungente avvolgermi in basso. Mi toccai scendendo con una mano lungo il pelo finto del mio costume e il dolore aumentò ferocemente. Era una sensazione strana, come riprendere conoscenza dopo un’operazione chirurgica. Non riuscivo a capire, né ad urlare. Guardavo Angela, ero incredibilmente sollevato poiché stava bene, era viva e rosea davanti a me.
Poi però guardai la mia mano. Completamente rossa di sangue.
Ero intriso di rosso amaranto. Ed ancora, rintronato, non riuscivo a capire. Guardai Angela ancora, in cerca di una risposta, di una parola di conforto, di spiegazione. Ma la paura si stava impadronendo di me. Mi stava scacciando ogni torpore con un aberrante fremito di angoscia.
Sentivo di avere paura perfino della realtà, che violentemente si delucidava.
E sentivo che c’era qualcuno dietro di me.
Tremando febbrilmente ruotai lento il capo e con un sussulto d’orrore vidi il mio incubo.
Seduto con le gambe accavallate sulla mia poltrona.
“Tesoro ti presento Lucrezia, mia sorella. Ma forse già vi conoscete.”

FINE

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lucrezia

sabato, 06 agosto 2005
Lucrezia (parte sei)


Sapevo purtroppo che queste domande presto avrebbero avuto risposta.
Lucrezia, con in mano il solido guinzaglio che incatenava Angela, sfilava in passerella davanti a me.
“Modello numero quattro: Angela.” Scherzava modellandosi in una postura da diva. La follia a cui stava concedendo libero sfogo ora assumeva dei tratti giocosi, puerili. Si atteggiava, si dimenava, sbraitava, raccontava ad Angela delle grandi passioni della sua vita, le sputava e poi si chinava a leccarla e si fermava a guardarla in viso, spiegandole che da piccola il suo gioco preferito era l’altalena. Quella meravigliosa altalena che suo padre le aveva costruito al ramo della quercia.
“Sai Angela, l’altalena è sincera. Ci mostra come in realtà sono le cose. Non racconta altri modi di giocare oltre al suo. Vedi Angela, l’altalena va avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.” Ripeteva con occhi infuocati rivolta a me. “Tu la spingi e lei si muove. È il principio di causalità. L’altalena ci insegna come sia impossibile uscire dai binari della causalità. Nella vita è lo stesso: ci sono sempre delle conseguenze ben definite per le azioni che facciamo. Così come ora. Capirai, Angela, che per me è impossibile non fare quello che ora sto facendo poiché dopo aver subito decine e decine di tradimenti per anni e dopo essere stata abbandonata come un cane d’estate io non ho scelta, non posso fare altro che vendicarmi.” 
Urlavo e mi dimenavo. Angela era allo stremo in preda a crisi isteriche.
“Sai Angela, al nostro uomo qua pare che piacciano i pompini. Oh, sapessi quante volte l’ho beccato a farsi spompinare da qualche troietta. Che ne dici di farlo divertire un po’, eh?” E così dicendo afferrò Angela per il collare e la portò su di me.
Voleva distruggerci, umiliarci, anche se ci avesse liberato niente sarebbe più stato come prima. Si, è vero, forse qualche volta l’avevo tradita, si beh, forse una o due, ma chi può vantare una fedeltà sessuale totale? Nessuno. Anche chi non ha mai tradito avrebbe sempre voluto farlo. È della natura umana scontentarsi di ciò che si possiede e bramare ciò che non si ha. Volerlo fare e non farlo per vari motivi, fra cui il principale è senza dubbio non averne l’occasione, non dispensa dal torto. Ma io di occasioni ne ho sempre avute. Non saprei dire perché ma ho sempre attirato le donne come i ninnoli la polvere. E poi in fin dei conti un pompino è soltanto un pompino. Non richiede nessuna forma di coinvolgimento, ha un’anima distaccata e volatile, fa parte di un gioco che si gioca da soli poiché la ragazza molte volte non conta, resta legata al suo ruolo nascosto, di secondo piano, di schiava. Si dice che lo specchio dell’anima sia il volto. Il mio feticcio è avvicinare il volto al mio cazzo. Ma, mio Dio, non ora. Io amo Angela, e vederla costretta a leccarmi bagnandomi delle sue lacrime di orrore era troppo. Cercavo di sopportare questo tormento, di ripetermi che potevo farcela, di non eccitarmi, ma non ce la feci. Mi eccitai. Cominciai a pulsare. Urlavo dentro di me ed esplodevo di rabbia sentendomi gonfiare allo spasimo le arterie, ma ero impotente, costretto.
Sapevo cosa mi stava facendo quella pazza devotchka di Lucrezia.  Questa era la mia cura Ludovico.

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lucrezia

giovedì, 21 luglio 2005
Lucrezia (parte cinque)


Prese il coltello chirurgico e andò di là. Cominciai a dibattermi convulsamente cercando di liberarmi, ma le corde che mi legavano mani e piedi erano robuste, ben salde e senza gioco, mi scorticai fino a sanguinare polsi e caviglie, ma senza risultati. Provai a guardarmi intorno alla ricerca di qualsiasi cosa potesse aiutarmi, ma invano: nulla era a portata di mano e il tavolo doveva essere inchiodato a terra visto che anche dibattendomi all’impazzata non ero riuscito a smuoverlo minimamente. Cominciavo ad impazzire. Non una risorsa a cui aggrappare le mie speranze. Ero un ammasso di carne viva al macello. Lucrezia tornò. Potevo scorgere di sbieco l’ingresso all’altra stanza e ciò che vidi mi atterrì. Come portando a spasso un cane, Lucrezia teneva al guinzaglio Angela con un tubo di ferro che le aveva incatenato al collo, le mani del mio dolce amore le erano state legate con una fune dietro la schiena, le caviglie incatenate le sanguinavano copiosamente, un boccaglio sadomaso le riempiva la bocca ed era completamente nuda mentre camminava a fatica trascinata da quel mostro che, una volta, era stato il dolce oggetto dei miei pensieri.
“Cammina cagna, muoviti, vieni a trovare il tuo amore” le diceva con voce stridula mentre io disperato stavo esaurendo le mie ultime energie provando a urlarle di smetterla, ma la voce mi usciva soffocata e l’unica reazione che le provocavo era un riso isterico che, oh mio Dio, la faceva sembrare, sotto la luce, un Diavolo. E un Diavolo era in realtà. In cuor mio avevo tutto estremamente chiaro, sapevo bene che né Angela né io avevamo possibilità di scampo, lo sentivo fortemente, ma tenevo questo pensiero chiuso, sigillato in una scatola remota, posta in fondo al cuore, che non smette mai, per sua natura, di sperare. Ma sapevo bene che era solo l’inizio, e che il peggio doveva ancora venire. Cosa aveva in mente quella strega? Che torture? Quali ignobili efferatezze avrebbe o aveva già architettato? Cosa? Cosa?

 

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lucrezia

sabato, 16 luglio 2005
Lucrezia (parte quattro)

                                                                               

Non aveva ancora detto una sola parola da quando avevo ripreso conoscenza, si limitava ad osservarmi, le piaceva e la eccitava scrutare la mia paura, vedermi debole e allo stesso tempo sapersi potente, credersi Dio. Continuava a fissarmi sul filo della lama, cosicché io potessi avere la piena visione di ciò che sarebbe stato: quella lama a squartarmi le carni e il suo occhio a guidarla nell’atroce cammino del mio dolore. La paura mi stava raggelando i muscoli mentre lentamente il freddo tetro di quel posto li stava penetrando.
Lucrezia lentamente distolse lo sguardo dal mio e con una mano cominciò a sfiorarmi una coscia dal basso, lievemente. Io potevo solo sentirla poiché non riuscivo ad alzare il capo eretto, e lei, sempre lentamente continuava la sua carezza che era diretta in su, verso le mie parti intime, sentii la sua mano fredda sui miei testicoli, li stringeva e li lasciava e li stringeva più forte provocandomi un esteso dolore acuto, poi saliva ancora, fino a toccare l’asta del mio pene, sentivo i grattini delle sue unghie sui punti più sensibili del mio membro, che si fece più grosso, e con una cattiveria che le leggevo chiara sul viso lo arpionava stringendo forte facendomi  urlare di dolore, anche se da fuori si sarebbero potuti udire solo dei mugugni sommessi poiché ero stato imbavagliato con una palla in bocca, che non mi consentiva di emettere nulla più che rantoli sommessi. Poi posò il suo bisturi sul tavolo, distante affinché io non potessi raggiungerlo, e continuò il suo gioco su di me a due mani, sempre in silenzio, avvicinò la bocca al mio pene tanto che potevo sentirne il respiro, calmo e ritmato, e partendo dalla base lo leccò fino alla punta dove, deciso e potente, un morso mi fece quasi perdere i sensi dal dolore.
Proprio sul punto di svenire, quando la mente si intorpidisce come nella caduta in un sonno profondo, sentii dei rumori provenire dalla stanza attigua, rumori ferrosi, uno strascichio di catene mi parve, prima leggeri e poi più forti, dei battiti violenti di acciaio. Lucrezia alzò la testa, mi guardò e disse tutta eccitata: “Oh, qualcuno deve essersi svegliato, perché non portiamo di qua la nostra puttanella?”.
Ed io capii. Non ero il solo ad essere rinchiuso in quella cantina delittuosa, la pazza aveva pensato bene di trascinare laggiù anche Angela, il mio amore, la cosa a cui più tenevo al mondo.
Per vendicarsi a fondo di qualcuno, per infliggere più dolore possibile ad un essere umano, la strada migliore (se si è pazzi e sprezzanti della Vita) non è prendersela con il nostro nemico, ma farlo assistere impotente alla misera sofferenza dei suoi affetti più cari. Crimini del genere, le cosiddette vendette trasversali, di poveri innocenti la cui unica colpa è amare o essere amati dal soggetto della vendetta, sono conosciuti dall’alba dei tempi, sono uno dei motivi principali della mafia italiana, e non di rado vengono usati come espedienti drammatici nei film d’azione o d’orrore. E cosa c’è, invero, di peggiore che vedere soffrire a causa nostra le persone che amiamo? Quale dolore fisico può anche solo avvicinarsi al dolore che l’anima prova in questi casi?
Lucrezia amava i film dell’orrore. E la sua pazzia l’aveva portata a farsi regista ed interprete di un film del genere. Ma senza finzione. Qui era tutto vero.


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lucrezia

giovedì, 14 luglio 2005
Lucrezia (parte tre)


Il luogo mi era familiare. Lucrezia, quella pazza, aveva scelto, quale baratro dove perpetrare i suoi diabolici intenti, la cantina della casa paterna nella quale era nata, in campagna, lontano chilometri dall’abitazione più vicina, perduta fra le valli della maremma. Riconoscevo le assi di legno scricchiolanti del soffitto, il lampadario di corda che rischiarava le perenni tenebre che regnavano la sotto, quel lampadario sotto il quale più d’una volta ci stringemmo di passione, io e Lucrezia, sotto il quale più d’una volta ci baciammo e ci spogliammo, eccitati e innamorati, da ragazzi, riconoscevo l’invariata disposizione degli attrezzi agricoli appesi alle pareti,  attrezzi che ora mi inquietavano particolarmente, al solo pensiero di come quella pazza avrebbe potuto usarli sul mio corpo, macabri e arrugginiti com’erano diventati.
La casa era disabitata da parecchio tempo, dopo che suo padre era morto infatti (morto proprio in quella casa), Lucrezia aveva deciso di non venderla, bensì di tenerla, forse prevedendo di rimetterla in sesto col tempo. O forse già pensando alla possibilità di avere un luogo sicuro dove potere, un giorno, concepire i frutti della sua follia, follia che già allora era in germinazione in qualche remota zona del suo cervello? A volte l’istinto riesce ad avvertire i cambiamenti in anticipo, e non di rado scopriamo di essere i precursori di noi stessi, quando per esempio, pensando ad una scelta fatta in passato restiamo sorpresi di quanto ci risulti necessaria attualmente, come se la scelta abbia scavalcato la contingenza del presente per appartenere all’anima, che già sa.
Questi pensieri ondeggiavano in me lentamente e senza sosta, mi guardavano muti come si guarda una statua, ed io guardavo loro da dietro lo specchio della mia paura, mentre Lucrezia guardava me. Dritto negli occhi da dietro un bisturi.

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mercoledì, 13 luglio 2005
Lucrezia (parte due)

                      


Dovevo essere stato drogato, poiché non ricordavo niente fino alla sera prima, quando mi trovavo a casa mia insieme ad Angela, una delle più dolci e belle creature che un poeta possa descrivere. Ricordo che eravamo da poco tornati da una festa in maschera. Lei era seduta sul sofà bellissima e provocante nel suo costume da Jessica Rabbit, ed io la fissavo, estasiato come un merluzzo, da dietro le due enormi orecchie che mi penzolavano sugli occhi, mentre avvampavo di desiderio e sorseggiavo lentamente bollicine davanti al caminetto scoppiettante. La guardavo, io, il suo Roger, e lei rideva, e con un movimento leggero, forse volontario, urtò il mio champagne versandone un poco sulla zampetta di peluches, e ricordo che in un tono suadente e giocoso mi disse: “ Oh Roger, vedo che cominci a bagnarti il pelo”. Era troppo, sommerso dall’emozione non ci vidi più e accecato d’amore le risposi: “Angela, vuoi sposarmi?”. E questo raggiante momento d’amore era l’ultima cosa che ricordavo nell’abisso di orrore e disperazione nel quale ora ero precipitato.

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lunedì, 11 luglio 2005
Lucrezia (parte uno)


Mi sentivo vago, perduto. La mia mente si era come fermata, ma io potevo, attraverso non so quali sensi, sentirla ondeggiare, nel mare della disperazione e dell’orrore. Non è raro infatti, che per effetto di uno spavento improvviso o alla stessa maniera di una profonda e angosciante paura, quando invero realizziamo che tutto, per un attimo, ci pare perduto, per reazione ci blocchiamo attoniti, senza un solo pensiero in testa, avvolti in una nebbia di panico senza luci né ombre. Il tempo si dilata sensibilmente, il mondo esterno si allontana fino a scomparire, fino a diventare uno sfocato sfondo della paura che ne ha preso il posto, così, senza nessun riferimento reale, un solo attimo si allunga a sembrare ore allo stesso modo di come lunghe ore paiono congelarsi nel tempo di un battito del cuore. Era in questo spazio indefinito che orribili  immagini ed inquietanti pensieri si rincorrevano senz'ordine nella mia testa, immagini fantasiose e sconnesse, pensieri senza significato né forma, solo vaneggi, e non riuscivo, annebbiato e confuso, a pensare ad una qualche strategia sensata da potere, ah se solo avessi potuto, applicare alla terribile e fin troppo reale situazione in cui mi trovavo, disteso su un tavolo di legno massiccio, nudo, legato mani e piedi, sotto lo sguardo vitreo e folle di uno spietato assassino. La mia ex morosa.

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lucrezia


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