RossoSangue

Da piccolo avevo paura del sangue.

RossoSangue

Blogger: WithoutGod
RossoSangue non è un blog. Per scoprire cos'è: Non avere fretta. Allarga la pagina. Chiudi fuori il tempo. Leggi. Se sei sensibile alla violenza e al dolore...No. Tutti i personaggi, le storie, le idee, sono assolutamente e totalmente frutto della truce e scellerata fantasia del loro autore. Testi e immagini non sono protetti da Copyright, ma. Alcuni Diritti sono riservati da Creative Commons. Per sapere quali clicca sul marchio a fondo pagina. Se vuoi usare i testi, parlarmi, denunciarmi o farmi male, prima scrivimi. Uccido sezionando da vivo chi mi scrive a: e.a.poe@hotmail.it

Ultimi Impavidi

tremori in Non è una recension...

Misfatti

oggi
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

Vuoi essere la *loading* vittima?

 
giovedì, 07 luglio 2005
Martina

Un foglio bianco è sempre difficile da sporcare. Stronzo foglio. Ma lo devo fare, devo scriverti.
Devo liberarmi di questo peso che ho dentro, devo cercare in qualche modo di lavarmi queste mani sporche, luride, appiccicose di sangue.
Il tuo sangue.
Lo devo fare, devo scriverti. Anche se tu non ci sei più.
Sono seduta qui, a questo tavolo, e alzo una mano verso il cielo plumbeo e verso le mille finestre del palazzo di fronte perché tutti sappiano, perché il cielo sappia, che io mi maledico.
Mi maledico. Mi maledico. Mi maledico.
Mi maledirò ogni singolo secondo di ogni singolo giorno che Dio vorrà concedermi su questa terra.
Ma dovevo farlo brutto pezzo di stronzo che non sei altro. Che non eri altro.
Come hai potuto ferirmi a tal punto. Come hai potuto giocare con me. Come hai potuto credere che sarei stata zitta, in silenzio, a pensare a te e a lei che insieme ve la sareste spassata alle mie spalle. Come?
Tu mi non mi hai mai amata. Tu non mi hai mai odiata. Tu mi hai soltanto usata.
Trasparente per te ero come un mazzo di chiavi. Te ne ricordavi solo davanti alla porta. Alla porta della tua voglia di scopare.
E ho goduto quando hai perso quell’aereo. Si.
E ho goduto quando hai capito dove ti avrei portato.
E ho goduto quando ti sei girato e hai letto la tua morte sulla mie mani.
Le mie mani ora tremano. Sono distrutte, pentite. Sono indelebilmente corrotte.
Ma non hanno colpe, loro. Sono stata io. Io l’ho voluto. Io l’ho deciso. Io ti ho ucciso.
E pensavo fosse giusto.
Ma poi ho guardato il tuo viso ormai spento, la tua testa aperta come una melagrana.
E ho avuto paura perché tu non eri lì con me.
Perché sei morto subito, così senza neanche darmi un briciolo di conforto in un momento tanto buio? Ho pianto tanto sopra quella metà del tuo viso. Quante lacrime ho versato per te.
Perché?
Perché?
Perché?
Quell’accetta l’avevo comprata soltanto per te. Non volevo usarla d’innanzi.
Ma tu sai che non mi controllo.
Tu sai come sono impulsiva. Repentinamente impulsiva. Inconsciamente impulsiva.
Mi sarebbe bastato un solo ti amo pronunciato dalle tue labbra saporite per ammutinare i miei intenti. Ma tu non mi amavi. Non mi parlavi illuminando i tuoi occhi. Tu volevi solo il mio corpo.
Ed ora è troppo tardi per noi. Soprattutto è troppo tardi per te.
Sai… all’inizio di questa lettera pensavo che i rimorsi non mi avrebbero permesso di respirare aria fresca mai più. Di udire melodie estatiche, mai più. Di gioire toccando, mai più. Di sorridere al mondo, mai più.
Ma mi sbagliavo. Ora sto meglio.
Non ho più voglia di controllare gli orari del treno per spappolarmici sotto. No.
Non mi ci butterò. Anzi sai cosa? M’è appena arrivato un messaggio di Chiara. C’è una festa in bikini stasera da lei. Ma si. Io vado. Ma ti penserò amore mio.
Indosserò il costume nero. Per te.
Questa ora la brucio, tanto… a chi vuoi che la mandi, baby?

Postato da: WithoutGod a 18:39 | link | commenti (82) |
trucide passioni

venerdì, 01 luglio 2005
Stella

Stella si era giurata la sera innanzi che quella sarebbe stata l’ultima volta che suo padre l’avrebbe toccata. L’ultima. Se lo disse piangendo. Ancora umida di sesso e lacrime. Rannicchiata sul suo letto disfatto dalle perversioni di un uomo che lei doveva chiamare papà. Mai più, singhiozzò.
Mai più, annotò sul suo diario segreto. Mai più, incise con la fermezza dell’esasperazione sul suo tenero cuore. Mai più.
Era piccola Stella. Piccola e preziosa come una perla nera.
Ma questo lei non lo sapeva. Il giglio cresciuto nella gramigna è forse consapevole di essere un giglio?
Stella aveva smesso da tempo di cercare la bellezza in ciò che la circondava. Stella aveva smess o da tempo di credere nel suo straripante sorriso. Stella non credeva più in niente. Piccola stella rassegnata alla vita, questo era.
Fino a ieri. Fino a Lei.
Entrò nella sua vita come un temporale estivo. Di colpo. All’improvviso. Le chiese per quale motivo una ragazza così bella potesse mai piangere. Le disse che al mondo niente e nessuno può riuscire a far piangere la luna. Stella rispose che la luna resta distante dalle miserie del mondo. Mentre lei invece vi era infilzata come uno spiedino, nelle miserie del mondo.
Lei le offrì un gelato. Così Stella le offrì la sua scatola dei segreti. Quella più nascosta che aveva. Quella celata nel doppiofondo del suo cuore. Quella contenente la peggiore cosa di tutte le cose. Stella le offrì il suo inferno. In cambio di un gelato.
Così si amarono. Subito. All’unisono. Insieme. E insieme pensarono come fare fuori il vecchio.
Lo faremo insieme, le disse lei. Io ti aiuterò. Perché io ti amo.
L’appuntamento era fissato per la sera successiva, e Stella, ancora tremolante e con il diario in mano, non riusciva a pensare ad altro.
Così la sera arrivò. Il giorno passò pigro. E quel pensiero, il pensiero, le era rimasto latente, nascosto, come un lieve dolore di sottofondo, a cui si cerca di non fare caso.
Era già notte quando suo padre tornò a casa, ubriaco come al solito, dai bar del paese.
Stella sentì la chiave cigolare nella serratura, riconobbe i passi maldestri e rumorosi delle sue ciabatte logore. Si immaginò i suoi piedi luridi, le sue unghie lunghe e nere, e un brivido le corse lungo la schiena.
La chiamò. “Stella ci sei, vero? Arrivo subito da te, tesoro.”
E se lo vide entrare in camera. Barcollava, il porco.
Stella sapeva a memoria ogni azione, ogni gesto che suo padre avrebbe fatto ora. Era routine, oramai. Come fare i compiti o ascoltare la voce del parroco in chiesa. Un rito.  A volte le sembrava normale, tutto questo.
Ma questa sera era diverso. Fra poco tutto sarebbe cambiato.
“Spogliati tesoro, fammi vedere come sei bella,” le disse.
E lei si spogliò. Lui salì sul letto, in ginocchio. E cominciò a slacciarsi i pantaloni.
“Dimmi che mi vuoi bene, piccola. Dimmi che mi vuoi.” E cominciò viscido e puzzolente a baciarla, ad ansimarle sopra. Il fetore alcolico del suo stomaco riempiva la stanza.
Cominciò. Si fece fare quello che voleva e poi iniziò a farle l’amore. Stella come sempre cercava di pensare ad altro, a niente, a un’isola da sogno come ne aveva viste solo in foto, alle corse nei campi arati di fresco, al treno che l’indomani l’avrebbe portata chissà dove.
E arrivò lei. Con un grido si lanciò fuori dall’armadio dove era nascosta, balzò alle sue spalle, e infilò nella schiena di quel porco venti centimetri di lama. Erano incastrati. Tutti tre. Lei dentro la schiena di lui, e lui dentro la pancia della sua bambina. La punta del coltello gli usciva dall’addome. Stella era paralizzata dall’orrore. Ma lui non morì. Con uno scatto d’ira si girò e colpì con forza l’amore di sua figlia lanciandola contro il muro.
Poi uscì dal corpo di stella sputandole addosso un fiotto di sangue nero denso e come una furia la raggiunse. Gli ci vollero pochi istanti per distruggere l’intonaco con il suo viso.
L’aveva uccisa.
“Era con te vero, puttanella? Volevi uccidermi, eh? Uccidere tuo padre, brutta stupida. Già. Ma non è così semplice farmi fuori.” disse rivolgendosi a lei.
Stella era perduta. Non riusciva neanche a piangere. Non riusciva nemmeno a capire cosa era successo.
No. Non poteva essere vero.
“Muoviti cretina. Vai a prendere la cassetta del pronto soccorso. Stasera imparerai a mettere i punti alle ferite. E ti conviene imparare per bene.” Le urlò con calma. “Poi penserò al corpo della tua amica,” la puntava con un dito, “Vedrai… tutto tornerà come prima, Stella.”
Si girò e andò a cercare una birra ghiacciata nel frigo. Stella gli vide il manico del coltello che ancora lo infilzava da parte a parte.
L’amore vince sempre, pensò.
E svenne nuda e distesa com’era.

Postato da: WithoutGod a 20:33 | link | commenti (131) |
trucide passioni


Licenza Creative Commons
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.